Palinuro-Parigi station to station

Posted on Dicembre 17, 2016, 12:28 pm
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PARIGI 1° SOGGIORNO. LA PARTENZA E L’ARRIVO.

Estate ’82, trascorsa in uno dei posti più rinomati (meritatamente) del Cilento: Palinuro.  La cosa si ripeteva da alcune estati. Circa 3 mesi di lavoro, in un posto che lasciava senza fiato, una discoteca allestita in una grande grotta; nome commerciale “Il Ciclope”. Quella zona ricca di richiami al mondo omerico. Palinuro, infatti, era il nocchiero di Ulisse. La grotta in realtà si chiamava ” La grotta di Marco “, dal nome del pastore che precedentemente vi aveva abitato con le sue pecore. Una zona che tra mare, pinete e montagna, aveva mantenuto  un fascino poco intaccato dallo sviluppo (anche la strada che separava l’ entrata della grotta, che ora congiunge palinuro con Marina di Camerota, dalla spiaggia, fino ad una decina di anni prima non esisteva). Pochi chilometri prima della grotta vi è il letto del fiume Mingardo; seguendo la strada che costeggiava il fiume, la Mingardina, ci si dirigeva verso alcuni paesi che non avevano un grande rapporto con il mare. In zona vi erano anche tracce di un’antica città, La Molpa.
Nel Cilento a lavorare, ma, come si dice, mangiando vien l’appetito, quindi, perchè rimanere a casa nel periodo natalizio. Ed ecco che incontri un vecchio amico, con il quale hai spesso parlato di viaggi e in particolare di Parigi.
“Come sei messo a soldi? ” – “Male ” – “Anche io”. Scatta uno sguardo reciproco, che tradotto in linguaggio parlato significa: “è una cosa importante?”. Altro sguardo che tradotto ci da la risposta alla domanda: “no”.  Il resto della conversazione è muta, ma il significato è: ” Si parte, quando i soldi finiscono si torna”. La permanenza nella capitale francese durò 15 giorni, senza farsi mancare nulla ma con l’ obiettivo sempre chiaro di far durare il soggiorno il più a lungo possibile.
Ad unire i due luoghi, all’epoca, c’era anche un fattore turistico-culturale: Palinuro infatti, ha ospitato la prima sede italiana di un Club Méditerranée, funzionante fino al 1982.
La gare de Lion, stazione di arrivo, era brulicante di persone che come me e il mio amico desideravano allontanarsi dalla consuetudine delle giornate piuttosto monotone che sarebbero arrivate con il periodo natalizio; di corsa al bar per sfatare il mito che il croissant fosse più buono del nostro cornetto; naturalmente per un giusto confronto, uno solo non bastava, ma per fortuna offriva l’associazione dei pasticcieri di Parigi; poi si andò a cercare un posto dove dormire. Trovata una pensioncina economica ma dall’aspetto pulito, ci resteremo per tutto il soggiorno; con una cartina tracciamno riferimenti, posizioni e distanze rispetto all’arco dei Trionfi e al Louvre, poi uscimmo per prendere confidenza con la metro: costi, abbonamenti, aggiramenti; quindi, dopo una settimana di furberie si sceglie per l’abbonamento.
Forse, per l’eco rimasto nella mia mente del racconto di Pessoa “L’ombra del diavolo”, letto in treno durante il viaggio, mi sembrò un ritorno a casa, più che un arrivo; tanti i negozi etnici, in particolare legati al cibo, nessun puzzo, o cattivo odore; la mattina, come giovani e curiosi esploratori si prendeva la metro e si usciva in una fermata a caso, e poi si iniziava a camminare, senza mete predefeìinite, ma solo per “vedere”, per “osservare”. In prima serata si ripeteva l’operazione, cercando però di sfruttare le informazioni ottenute durante il giorno, riguardo quartieri o strade, particolarmente interessanti. Sempre il primo a svegliarmi quindi spesso anche ad uscire, tornavo poi a prelevare il mio amico per una seconda colazione, spesso offerta dai gentili parigini. Per coloro che fanno sempre paragoni con altre città: mi viene in mente un richiamo indiretto “Conosce Vienna? Non ci sono mai stato, è come Parigi, ma senza i francesi”.  Quindi, dal pomeriggio, lunghe passeggiate a piedi per prendere contatto con la città e i suoi abitanti, con soste per ascoltare la musica eseguita dai tanti musicisti di strada. Insomma non manifestammo nessun timore reverenziale verso la città dei lumi, anzi ci muovemmo subito come se fossimo di casa. Nessun particolare interesse culturale guidava i nostri passi, solo la strada sia di giorno che di notte, ci interessava. Al Louvre, si, un giro lo facemmo, poi solo boulevards, il famoso mercato delle pulci di Port de Clignancourt, uno dei più grandi d’Europa. Del Louvre, più dell’arte mì è rimasta impressa la dimensione del palazzo.
Benchè non fosse nostra intenzione socializzare con altri italiani incontrammo dei simpaticissimi ragazzi provenienti dalla nostra stessa città, con i quali trascorremmo delle belle giornate, bighellonando per Parigi.

IL SOGGIORNO E IL RIENTRO.

Le scoperte urbanistiche hanno, a volte,  su di me, maggior fascino che quelle archeologiche, le congiunzioni stradali più di quelle astrali, quindi scoprire che oltrepassando il tetro dell’Operà, e girando a destra si andasse verso Chatelet e il Boubourg, fu una grande sorpresa (come anni dopo scoprire che dai giardini di Luxembourg, si potesse raggiungere facilmente St. Germain). Poi si dovette partire, ma una disattenzione ci costò la perdita del treno… e anche una notte di avventura.
Dovevamo passare la notte per strada, una notte molto fredda e ventosa,  avendo disdetto le camere. Ci fermammo all’imbocco di una fermata della metro nei pressi dell’Arco di Trionfo, almeno eravamo al riparo dal vento. La notte, però, con il verificarsi di fatti imprevedibili passò velocemente e in modo alla fine divertente: ad un certo punto, infatti, al di là della cancellata di accesso ai treni, comparvero tre americani. Due donne e un uomo, i quali essendosi attardati nella stazione, erano rimasti chiusi dentro; poichè nel corso fella mattinata sarebbero dovuti partire erano in forte apprensione e non avrebbero voluto attendere le sei , orario di apertura e di inizio delle corse. Suggerimmo, quindi, forse in modo avventato, di uscire utilizzando un’apertura posta sopra il cancello, raggiungibile arrampicandosi allo stesso. Le donne si entusiasmarono all’idea e dopo pochi minuti, anche aiutate da noi dall’esterno, erano già al varco, e discendevano sul lato esterno del cancello, mentre noi invece, percorremmo il tragitto al contrario, pensando al probabile tepore. Appena l’utimo di noi si calò dentro però, arrivò la polizia con tanto di cani, che ci invitò ad uscire, aprendo i cancelli per evitarci una nuova arrampicata.
Non ricordo, ma probabilmente cercammo di acquistare del vino per tirare mattina e verso le dieci, dopo aver recuperato i bagagli al deposito, ripartimmo in direzione Napoli.

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