Mail Art, Fluxus, Cibo e Merda d’artista. Le più grandi utopie sconosciute del 900

"Si lavora e si fatica per la pancia e per la fica". Silvano Pertone, Mail Artista
Posted on febbraio 02, 2017, 3:02 pm
22 mins

In continuità ideale con i movimenti fondati da Tristan Tzara e Tommaso Marinetti la Mail Art nata negli anni ’50 dall’americano Ray Johnson si pone da subito come un progetto utopico che vedeva tra i suoi fini un progetto planetario che avrebbe dovuto favorire la nascita di artisti e comunità artistiche al di fuori da regole o stilemi se non quelli della assoluta libertà e provocazione. La Mail Art è un gigantesco esperimento di comunicazione che vede impegnati migliaia di persone che ad ogni angolo del mondo decidono di fare arte e spedirla con l’unico limite del filtro dell’ufficio postale e del budget da destinare alla spedizione. Come afferma Matteo Guarnacciasi tratta dell’attuazione del principio del potlach, che si esprime attraverso il piacere dello scambio di idee, risorse, creatività completamente slegato dal senso comune del mercato. Con la Mail Art l’arte si appresta a diventare popolare e si emancipa dai consueti circuiti delle gallerie e delle università. Ognuno si sente in grado di produrre arte per il semplice piacere di creare. Creatività che prende le fattezze di cartoline, lettere, francobolli (spesso falsificati in una  sfida alle poste internazionali). Se già i futuristi utilizzarono il mezzo postale soprattutto il telegramma, grazie al quale potevano soddisfare la loro smania di velocità/creatività, è anche vero che l’evoluzione di questa forma espressiva di arte si è sviluppata in un brevissimo arco di tempo.

Si produce di tutto ed in questo tutto -affrancabile e spedibile- si trovano opere concettuali, collage, timbri, manufatti, cibi; non importa la qualità, la cosa fondamentale è alimentare una catena generosa e creativa, dar forma ad un mondo che comunica manualità, inventiva e provocazione. Gli unici limiti sono costituiti dalla fantasia di ognuno e dalla fessura delle cassette delle lettere. Essenzialmente sviluppata intorno ad un progetto, questa particolare forma di espressione nasce dall’idea dell’artista che decide di proporre un tema attorno al quale ruoteranno gli invii, definendo una data di scadenza entro la quale non si accetteranno più i lavori. L’eterogeneità delle tecniche utilizzate dimostra poi come questa forma d’arte sia totalmente libera, al di fuori dagli schemi dettati dal mercato, quindi underground e profondamente anarchica. Ognuno sviluppa i temi secondo la propria disponibilità di denaro, tecnica e materiale a disposizione. Non è insolito che si spediscano pesci sotto vuoto (magari affrancati con falsi fracobolli), scatolette di tonno o altre cibarie come frutta e verdura. Per certi versi questa arte planetaria che in un periodo di guerra fredda riusciva a varcare frontiere con genialità, trasgredendo i limiti imposti dai due blocchi contrapposti, ha anticipato, seppur in modo artigianale e rudimentale, la democrazia del web. Una rete internazionale di contatti aperta ed antigerarchica, un flusso di pensieri, goliardia tendente a colmare il grande divario fino a quel momento esistente tra arte e vita.

Legata all’esperienza della Mail Art c’è sicuramente quella del movimento Fluxus fondato nei primi anni sessanta dall’artista lituano George Maciunas (1931-1978) la cui finalità principale era destrutturare il concetto di arte rendendolo aperto al popolo. Questa destrutrazione passa attraverso provocazioni che hanno come bersaglio l’arte accademica. Per Maciunas l’arte deve occuparsi di piccole azioni quotidiane e non su tematiche ed eventi straordinari. Fluxus rivendica l’intrinseca artisticità dei gesti più comuni ed elementari e promuove lo sconfinamento dell’atto creativo nel flusso della vita quotidiana, in nome di un’arte totale che predilige come ambiti elettivi d’espressione soprattutto la musica, la danza, la poesia, il teatro e la performance, nascono appunto gli Happening luoghi dove l’arte assume diverse forme, antidogmatiche e libertarie, e dove anche il fruitore assume  ruolo diverso di co-artista. La straordinarietà di questa arte sarà proprio quella di abbracciare l’ordinario, il gesto apparentemente banale e quotidiano ed in questa celebrazione del quotidiano una posizione privilegiata è sicuramente quella del cibo.

Maciunas trasformerà un evento quotidiano come quello del mangiare in  evento artistico, una performance. In  questo uso del cibo come arte c’è la provocazione contro l’arte a tutti i costi. Va detto però che l’intento di Fluxus mirava a ragioni corporali, in modo speciale a “purgare” il mondo delle sue illusioni facendo dell’arte un capitolo della storia dell’uomo aperto a tutti. In breve, Fluxus voleva far regredire il mito dell’artista elevando l’arte ad espressione elementare di un desiderio creativo alla portata di tutti.

Il mito dell’artista viene dissacrato attraverso una orizzontalità che fa di ognuno un potenziale artista. Influenzato dal musicista  J. Cage,  sostiene che l’essenza del’arte si trovi nella vita corrente, quindi bisogna solo saperla osservare. Fluxus è contro l’intermediazione delle istituzioni quali garanti dell’artisticità di un prodotto. Ogni cittadino deve legittimarsi il diritto di fare arte e di scambiare arte, ma soprattutto di decidere cos’è arte!

Fluxus è una delle ultime utopie del Novecento, è un tentativo disperato di dire che la vita quotidiana va osservata perché così si coglie la profondità e la bellezza, un’utopia insolita dal momento che non fugge il reale per mondi là da venire, ma che sostiene la necessità  di scoprire la ricchezza della vita corrente, la sua grandezza che consiste nella sua inutilità rifiutando finalismi e teleologismi.

Fluxus al pari dello zen invita a  riconoscere la vita che scorre per quello che è. Sembra dirci che l’unica salvezza è il qui ed ora nella sua nudità scevro da ideologie e sovrastrutture. Tutto questo porta a teorizzare ogni barocchismo e a postulare uno stile di vita semplice e frugale in grado di privilegiare i rapporti umani. Ed i rapporti umani si creano e si consolidano anche attorno al cibo.

Ciò che distingueva Fluxus negli anni Sessanta era l’uso del cibo come arte e oggetto di numerose performance.

Alison Knowles, una delle fondatrici del movimento mossa dall’intento di abbattere lo iato tra arte e vita e tra artista e uomo comune, propose una performance che divenne l’icona di un’epoca.

L’Identical lunch a base di tuna sandwich e buttermilk soup divenne la performance artistica e provocatoria che giuocava sulla ripetizione di un pranzo ordianrio spacciandolo come evento artistico. Il pranzo  composto sempre dai medesimi cibi e consumati nel medesimo ordine, i già citati tonno & co., diventava l’espediente per dissacrare l’evento artistico da una parte e per valorizzare la consuetudine di incontri informali tra persone ed affermare la necessità di una vita frugale e non consumistica.

Nei vari luoghi dove si trovava, dal Riss diner di Chelsea, alle gallerie, piuttosto che al Moma di New York, Alison Knowles improvvisava i suoi eventi gastro-artistici coinvolgendo il pubblico tra incredulità e perplessità.

Il fine era quello di coinvolgere diverse tipologie di persone al fine di osservare le piccole variazioni, le ripetizioni e le dissonanze che potevano manifestarsi in un atto così normale come un pranzo durante il quale si conoscono nuove persone e si chiedo loro di narrare storie osservandone abitudini e comportamenti. In questo modo l’opera d’arte era l’insieme formato da una sorta di Tabloid vivant che si formava attorno al desco.

La grande provocazione di Fluxus, nell’ottica di quell’aleatorietà concettuale sul valore dell’opera della quale il Dadaismo ne è stato uno dei precursori, consiste nell’operazione di sottrarre la centralità dell’artista dalla realizzazione dell’opera. L’identical lunch è evento artistico nella misura in cui l’artista altro non fa che lasciar accadere le cose. C’è una  negazione dell’arte intesa con la -a- maiuscola per dar valore ad un’arte creata a partire dalla realtà di ogni giorno ponendo l’attenzione sulla mancanza di intenzionalità e casualità degli eventi.

L’arte e l’artista vengono espulsi dai loro templi sacri e, come già era successo con la Mail Art, si trasformano in spazio pubblico dove tutti possono partecipare e diventare protagonisti di un evento artistico. L’artista si fa chef e l’opera relazione, Fluxus ha unito cibo e arte per ottenere aprire uno spazio di condivisione di valori e di consapevolezza circa la bellezza del reale e del quotidiano.

Alison Knowles decise nel suo Identical lunch di continuare a ordinare la stessa cosa ed invitare le persone a farlo insieme a lei, per documentare tutte le piccole sfumature e ripetizioni.

L’obiettivo  era quello di abbattere le barriere tra il fare arte e mangiare il pranzo, ogni giorno, con gli stessi ingredienti, come fosse una performance artistica, vivere la vita, poi il pranzo, certi di aver fatto un buon lavoro.

Il salto di qualità avvenne quando un giorno Alison Knowles si alzò da tavola e andando dietro al bancone del ristorante presso il quale stava tenendo la sua performance, indossò un cappello di carta, come fosse un cuoco vero, e si mise a fare una versione del pasto appena consumato passando tutto al frulaltore: tutti i cibi dell’Identical lunch passati ad alta velocità. Poi ne versò un po’ dell’intruglio in un contenitore e ne offrì il contenuto al pubblico in tazzine di carta. È una tecnica di provenienza dadaista nel sondare la complessità del reale ricorrendo al banale, una strategia alchemica di trasformazione della sostanza, una trovata procedurale che attraverso l’assemblaggio degli ingredienti deve generare un sapore e in seconda istanza produrre un nuovo gusto delle cose. In questo caso l’ironia sposa la metafora metafisica. I cibi ed i loro sapori sono le lettere di una lingua che, alla maniera di Dada, viene de-costruita e ri-costruita. Una poesia fatta di elementi assemblati senza un senso, senza un colore e senza un valore apparente.

Di nuovo l’uovo, un oggetto che l’uomo ha simboleggiato in mille modi e in tutte le epoche, emblema primordiale del cosmo, della perfezione, del mistero, della vita.

Nasceva così il FluxMeal poi ripreso anche da Macianas e dagli altri Fluxers

FluxMeal (ricetta valida per un numero indeterminato di commensali)

  • a) Apri il tuo frigorifero.
  • b) Prendi tutti gli avanzi, i cibi, le bevande già avviate che contiene (niente scatolette, bottiglie o confezioni ancora sigillate).
  • c) Allinea su un tavolo i diversi ingredienti in ordine alfabetico (Aglio, Arancia, Burro, Carota, ecc.), segna su un foglio le lettere iniziali dei diversi ingredienti e poi anagrammale a piacimento per ottenere il nome personalizzato del tuo FluxMeal.
  • d) Usa coltelli, mezzelune, batticarne, frullatore e ogni altro utensile a tua disposizione utile a sminuzzare e amalgamare assieme il più possibile, in ordine alfabetico tutti gli ingredienti.
  • e) Versa il composto monocromo così ottenuto in un numero di tazze o bicchieri di adeguate dimensioni, corrispondente al numero di commensali.
  • f) Il FluxMeal deve essere consumato per intero in un solo pasto (i commensali potranno cimentarsi, aiutandosi con il nome, nell’indovinare i diversi ingredienti).
  • g) Se il FluxMeal viene preparato per una sola persona, potrà essere suddiviso in quantità eguali in un numero adeguato di recipienti, da consumarsi giornalmente di preferenza alla medesima ora.

 

Quanto scritto finora attesta la distanza di questo movimento dall’arte accademica in favore di creazioni che si possono definire popolari. L’attenzione di questi artisti non riguarda la realizzazione di eventi straordinari, ma al contraio, è puntata sulla poetica (anche banale) delle piccole azioni quotidiane. Ecco perchè il cibo ed i suoi rituali di consumo tanto interessa i fluxers ed i loro successori.

Ricordiamo una famosa FluexFeast, tenutasi il 31 dicembre del 1969 alla Filmmakers di New York ai cui partecipanti venne chiesto di contribuire con un cibo o bevanda di loro invenzione, seguendo uno schema cromatico suggerito da Maciunas. Per l’occasione vennero “ideati” sandwich a base di pillole di sonnifero e minestre di chiodi ed anche tutta una serie di cibi trasparenti a base di gelatine colorate.  Ma l’attenzione di quest’arte per il cibo e suoi significati impliciti ed espliciti raggiugerà il parossismo con le opere dell’artista svizzero Daniel Spoerri. Fondatore della EAT ART sarà autore di tableaux iperrealistici con piatti, posate ed avanzi di cibo incollati su tavole o su tovaglie di stoffa che riproducono tavole imbandite.

Il progetto artistico di Spoerri esprime il desiderio di fissare gli oggetti relativi all’arte culinaria sul quadro, come nei quadri-trappola o nei lavori divisi per tipologie di utensili, per forme, per funzioni e capaci di rappresentare un momento rubato alla quotidianità. Lavori che celebrano la ritualità del quotidiano e al tempo stesso l’unicità che ogni pasto consuma.

Questa particolare forma di arte è in sintonia con il pensiero anarchico; l’atto del mangiare infatti accomuna tutti e per questo è egalitario: ricchi e poveri, belli e brutti, alti e bassi, appartenenti a ceti sociali e politici diversi tra loro. Tuttatvia per Fluxus esiste un’attività che si rivela ancora più democratica rispetto a quella del nutrirsi ed è quella dell’evacuare. Nell’evacuazione si realizza infatti la vera utopoia, la giustizia capace di superare qualsivoglia differenza. Se per il cibo esistono differenze rispetto all’antropologia, alla filosofia e alla politica riguardo la defecazione si realizza la perfetta uguaglianza. A pensarci bene questo movimento allude fin dalla sua costituzione alla funzione escrementizia (flusso); così accanto alle opere dedicate al cibo non sono secondarie quelle di natura ed ispirazione scatologica come la famosa installazione del 1976 a base di escrementi di elefante con la quale Maciunas aprì il suo Labirinto Fluxus. In fondo il movimento alla sua nascita, raccogliendo l’eredità del futurismo, si prefiggeva di “purgare” la società dei consumi e questo sembra voler dire con la sua ricerca scatologica. L’arte si libera deifinitivamente da qualsiasi orpello che può legarla al mondo della merce e del potere e si pone come atto di ricerca della pura verità attinente all’essere nei suoi processi infiniti di trasformazione ed il cibo e la merda sono gli elementi principi di questo fenomeno che è la vita. A questo punto non possiamo che ricordare una delle frasi che rese celebre Salvador Dalì “tutte le mie verità iniziano dalla bocca e si trasformano in uno stimolo viscerale. La mia pittura è gastronomicamente spermatica ed esistenziale. So quel che mangio, non so quel che faccio”.

 

 

Iles flottantes à l’orange confite – Per John Cage

Preparazione della crema inglese.  Per un litro di crema.  Portate a bollore tre quarti di litro di latte con un bacello di vaniglia.  Togliete il recipiente dal fuoco e copritelo.  In una terrina riunite 250 grammi di zucchero e dodici tuorli d’uova, lavorateli con una spatola fino ad ottenere un composto spumoso, aggiungetevi a filo il latte caldo senza smettere di mescolare.  A bagnomaria o sul bordo di una fiamma dolce continuate a lavorare il composto fino all’ispessimento della crema.  Deve diventare densa e compatta.  Appena è pronta toglietela dal fuoco e versatela in un’altra terrina che avrete tenuto in frigorifero, in modo da bloccare la cottura.  Appena è tiepida aggiungeteci un bicchiere di panna liquida fresca, addensata.

Preparazione delle isole.  Imburrate con cura sei stampi da budino in alluminio e metteteli in frigorifero.  In una terrina battete a neve ferma sei degli albumi delle uova usate in precedenza con un pizzico di sale.  Quando il composto è montato aggiungete un po’ alla volta 100 grammi di zucchero fine e 100 grammi di scorze di arancio caramellate e tagliate a dadini.  Versate questo composto negli stampi e cocetelo a fuoco medio in forno già caldo per sei/otto minuti.  Nel frattempo preparate un caramello biondo con 75 grammi di zucchero e un po’ d’acqua.  A questo punto, mettete la crema in un grande piatto di servizio, distaffate le isole e “sporcatele”, usando un pennello, di caramello.  Mettete le isole a galleggiare sulla crema e servite.  Accompagnate questo dolce con del vino di Porto.

 

Porcini saltati, una ricetta di John Cage

Questa ricetta fu preparata, nel 1978, da John Cage nella cucina di Gianni Sassi, mentre questi s’industriava con il suo speciale risotto allo Champagne con provola.  Occorrono dei porcini giovani ed appena aperti, Cage li scelse uno alla volta presso la baracca del fruttivendolo di Piazza Tricolore, a Milano.  Non vanno lavati, ma puliti con un panno.  Affettateli, tenendo da parte qualche gambo, conditeli con sale marino e pepe nero macinato al momento.  Gettateli in una padella con abbondante olio d’oliva bollente finché non sono leggermente dorati.  Sgocciolateli ed asciugateli con della carta da cucina.  In un’altra padella fate sciogliere del burro freschissimo, uniteci i funghi affettati, i gambi messi da parte e tagliati a dadini, un cucchiaio di farina di mandorle, un sospetto di noce moscata, un terzo di un tronchetto di cannella.  Saltate il tutto a fuoco vivace e versatelo in una terrina.  Aggiungeteci qualche goccia di sugo di limone e del prezzemolo tritato e servite.

 

di Pierpaolo Pracca e Edgardo Rossi da “Cibo e Utopia: l’eterna lotta tra carnevale e quaresima”

 

 

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