L’indole di Hemingway e i giorni a Cuba

“Io devo scrivere per essere felice, che mi paghino o no”
Posted on giugno 12, 2017, 5:45 pm
6 mins

Nel 1957 Norman Lewis, era arrivato sull’isola di Cuba per conto di Ian Fleming, il creatore di James Bond, allora direttore dei servizi esteri del Sunday Times e collaboratore dello spionaggio britannico. Cuba era in piena agitazione rivoluzionaria e si vociferava che Hemingway fosse in contatto con Fidel Castro.

All’Avana Lewis incontrò Edward Scott, editore dell’Havana Post, per ottenere qualche informazione, e questi gli indicò il Montana Bar, dove avrebbe sicuramente incrociato lo scrittore. Tra Scott ed Hemingway i rapporti erano tesi dopo quello che era accaduto all’ambasciata britannica in occasione del compleanno della Regina: Ernest si era presentato alla festa con Ava Gardner, che in piena euforia tra un bicchiere e l’altro saltò su un tavolo, sfilandosi le mutandine. Scott era arrabbiato, ma Hemingway aveva minacciato di “spaccarlo in due” se avesse continuato con le rimostranze.

Tornando a Lewis, questi decise di recarsi direttamente alla Finca Vigia, la villa sulle colline di L’Avana. L’autore di Fiesta lo ricevette in camera da letto, in pigiama e con una fila di bottiglie vuote ai piedi. Un’immagine molto distante da quell’uomo forte e spavaldo che era stato un tempo. Lewis racconta di come rimase impressionato dal “senso di spossatezza sul volto” anche se ancora sprigionava una carica emotiva incredibile; più che un colloquio, fu un monologo contro editori e giornalisti. Nella stesura del rapporto a Fleming, Lewis scriverà: “è stato un incontro biblico, un sermone sulla vanità delle cose, mentre sei impegnato a fare carriera. Volevi conoscere la sua opinione su cosa accadrà nell’isola. La risposta, sfortunatamente, è che non gli interessa più avere opinioni, perché la vita per lui non ha più gusto. Non mi ha detto nulla ma mi ha insegnato più di quanto volessi sapere”. Sul rapporto tra Hemingway e Cuba si è detto e scritto tutto e il suo contrario, in particolare del suo rapporto con Fidel Castro e di una presunta simpatia verso la Revolucion.

L’americano aveva deciso di prendere casa a Cuba, molto prima della conquista del potere da parte dei barbudos e scelse quella zona, la Finga Vigia perché era un luogo appartato che ben si adattava all’indole solitaria dello scrittore.

“Io detesto qualsiasi maledetto governo”, scrisse in una lettera a John Dos Passos e Cuba in un certo senso gli permise di essere leale all’unico governo legittimo: se stesso, con tutti gli annessi e connessi: la scrittura, la pesca, le gare di tiro, le bevute di Daiquiri e le feste in casa con tanto di ubriacatura.

Il vitalismo di Hemingway consisteva, semplicemente, nell’aderire ai piaceri che la vita ti presenta, non gravato né guastato da complicazioni intellettuali, o da preoccupazioni politico-sociali. La sinistra culturale per quanto si sia sforzata di farselo piacere, non è mai riuscita a sentirlo proprio, ad arruolarlo nella propria legione intellettuale. Il motivo sta nel fatto che nel suo orizzonte era assente la comprensione dell’estetica e dell’etica di Hemingway: individualismo assoluto, anarchia di fondo, nessuna concessione artistica alla politica.

Pensate oggi uno come Hemingway amante della caccia, della corrida, del pugilato e dei galli da combattimento, dover affrontare i sermoni di un certo conformismo laico borioso e sentimentale.

“Io devo scrivere per essere felice, che mi paghino o no”, confessò all’amico editore Charles Scribner. “Ma è una malattia questa fin dalla nascita. Mi piace farlo. Il che è anche peggio. Perché trasforma la malattia in vizio. Poi voglio farlo ancora meglio di chiunque altro e diventa un’ossessione. Un’ossessione è una cosa terribile”.

A Cuba scrisse reportage di pesca per Esquire e quelli di caccia per Look, scrisse Il vecchio e il mare e Di là dal fiume fra gli alberi, Unestate pericolosa. Sull’isola ambientò Avere non avere e lavorò a Fiesta mobile e Isola nella corrente. A Hotcher che si recò all’Avana nel 1948 disse: “l’uomo può essere distrutto, ma non vinto. É una frase che puoi leggere anche capovolta, il suo contenuto non cambia”. Non esiste un Hemingway politico, Per chi suona la campana, è un romanzo limitato ma onesto, dove l’aver scelto di combattere da una parte non implica il discredito degli avversari nazionalisti. Per lui la solidarietà virile, la forza e il coraggio di misurarsi con se stessi, vale più di ogni discorso ideologico. L’essere fuori dai canoni comportamentali più diffusi, rende Hemingway uno scrittore sovversivo rispetto a certe nuove forme di puritanesimo contemporaneo.

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