La Pop Art e lo star system

Le origini della Pop Art e i meccanismi dello star system applicati all’artista.
Posted on dicembre 03, 2016, 12:02 pm
8 mins

New York. Alla galleria Leo Castelli è una fredda giornata di gennaio del 1958, e sono in corso i preparativi per la mostra dell’artista Robert Rauschenberg. Jackson Pollock è morto in circostanze drammatiche da poco più di un anno e l’ambiente dell’arte internazionale sembra in stato confusionale. Qualcuno suggerisce di riprendere il discorso dadaista, altri invece, come il critico inglese Lawrence Alloway, in un articolo su Architectural Design, intitolato The Arts and the Mass Media, propone di una nuova forma d’arte composta da immagini banali legate al consumo di massa. Con l’espressione Pop vuole proporre un’idea artistica dove le merci hanno più rilievo degli oggetti d’arte e i fumetti offrono una narrativa migliore dei romanzi.

La Pop Art è l’arte che nasce a partire da questa situazione. Da quel momento pop sarà utilizzato e abusato in mille modi. Rauschenberg espone i combine paintings, opere cui applica fotografie, brani di immagini pubblicitarie e soprattutto oggetti veri tratti dalla quotidianità, come un ombrello, la ruota di un auto o la bottiglia di una Coca Cola. Le cose sono inserite in opere dipinte con materiali colorati, con effetti gocciolanti. Sono ancora definiti quadri, ma somigliano più a degli assemblaggi impropri tridimensionali, in cui l’oggetto semplice si presenta per ciò che è, un brandello della vita comune dentro un’opera artistica, inserito senza una logica precisa.

I lavori di Rauschenberg non sono una novità in senso assoluto ma si inseriscono in una consuetudine propria di alcune avanguardie del primo Novecento: il collage cubista, le composizioni futuriste fino al ready made dadaista, che consisteva nella manipolazione di oggetti concreti.

Rauschenberg è considerato il grande sintetizzatore di questi precedenti, tanto che alla Biennale di Venezia del 1964 viene proclamato il vero padre della Pop Art.

Nel 1961 Claes Oldenburg presenta finti prodotti in un negozio autentico, un esercizio abbandonato nel Lower East Side riempito di 120 sculture riproducenti mercanzie con tanto di prezzo. Di lì a un anno, lo scenario sarà completamente mutato ad opera di artisti che portano i nomi di James Rosenquist, Roy Lichtenstein, Tom Wesselmann, George Segal, Robert Indiana e Andy Warhol. Lichtenstein sceglie l’iconografia del fumetto e della grafica pubblicitaria per ingrandirla a dismisura e riportarla sulla tela senza mediazioni estetiche con una pittura secca, uniforme, il più possibile simile all’inchiostratura dell’editoria popolare, simile al retino tipografico. Rosenquist è un cartellonista e illustratore, mescola immagini quotidiane e pubblicitarie, spesso su supporti trasparenti, Segal gioca con il calco di gesso di persone reali, realizzando scene particolari. Oldenburg dopo i rifacimenti di oggetti e cibi, passa al loro ingrandimento esagerato, laccato, volgarmente splendente, con materiali molli o rigidi. Lo stile è kitsch: fette di torta, mozziconi di sigarette, utensili da lavoro, confezioni di cosmetici, cucchiai e macchine da scrivere, sono riprodotte in dimensioni abnormi.

Andy Warhol, dopo una personale alla Ferus di Los Angeles basata su riproduzioni fedeli di scatole di minestra Campbell, presenta a New York ingrandimenti e ripetizioni seriali di oggetti comuni, come bottiglie di Coca Cola, oppure ritratti serigrafici di personaggi famosi come Mao Tze Tung e Marilyn Monroe. Nel giro di pochi anni diventa egli stesso una specie di personaggio-icona, circondato da un seguito di artisti disparati e tirapiedi in cerca di qualche minuto di celebrità. La Pop Art è l’arte perfetta, elementare per un pubblico che accede al consumo di massa e vi si riconosce immediatamente; questi quadri attraggono perché riproducono i loro soggetti, perché ama la pubblicità e le merci.

Con gli artisti Pop irrompe una vitalità volgare e prepotente priva di alibi snobistici, l’orgoglio sciatto di chi si identifica culturalmente con una serie di immagini di rapido consumo. Il potenziale di questo messaggio “scandaloso” viene intuito da Warhol che più di tutti è in grado di riassumere gli effetti profondi della cultura Pop. Il suo talento è di non cercare di mettere alcun talento nella realizzazione di opere, ma di adattare i meccanismi dello star system che dominano la cultura di massa, al mondo dell’arte. Se Picasso è riuscito a diventare un punto di riferimento grazie a un talento inarrivabile, unito a una lucidità straordinaria, Warhol ha dispiegato pari talento, pari lucidità e tenacia nel diventare l’artista più famoso: egli ha compreso che la questione non è essere considerato il nuovo Michelangelo o Tiziano, ma la nuova Marilyn Monroe, la Coca Cola vivente. Icone commerciali che diventano nuovi miti in grado di mobilitare l’attenzione e trasformare l’artista medesimo in un simbolo.

La strategia di Warhol è di essere riconosciuto artista a prescindere e non in conseguenza del suo valore artistico. Qui sta la sua grande intuizione che parte da un semplice ragionamento: il destino delle opere dei grandi artisti del passato è trasformarsi in icone di tipo pubblicitario riprodotte in milioni di esemplari, come per esempio la Gioconda di Leonardo. Tanto vale scegliere soggetti della contemporaneità, trasformandoli in icone attraverso il marketing dell’immagine.

È Warhol a sostenere che l’artista non deve possedere alcuna bravura tecnica, deve essere del tutto indifferente alle immagini che crea, e l’unica unità di misura del valore dell’arte è la fama che essa conferisce al suo autore, come una star del cinema o della musica rock. E se qualcuno attribuisce all’arte un valore etico, di insegnamento o esempio o testimonianza, la nuova parola d’ordine sarà l’amoralità, l’indifferenza a qualsiasi aspettativa di messaggio del quale l’opera si faccia portatrice. L’artista assume immagini patinate da rotocalco, oggetti da supermercato, per diventare egli stesso immagine da rotocalco, prodotto di massa. Così, il concetto di un valore specifico e autonomo implicito nella pratica dell’arte viene completamente ribaltato. Una lattina comprata in un negozio ha poco valore, ma se viene firmata da un personaggio famoso, il suo valore aumenta a dismisura. Tutto il marketing alla base dell’arte contemporanea è basato su questa intuizione, trasformando la merce in un prodotto culturale, annullando ogni discorso teorico su forma, estetica e messaggio dell’opera d’arte.

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