Le donne di Hopper e l’ultrapittura in Cape Code, Sole del mattino, Una donna al sole

Il critico Pène du Bois affermava che il suo mondo di case e di luce racchiude un'intensa violenza. E' dunque ciò il motivo della straordianaria capacità evocativa di Hopper?
Posted on giugno 09, 2017, 12:55 pm
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Di fronte ai quadri di Hopper ho sempre avvertito un battito brachicardico, come se il mio pensiero, di fronte a quelle luci, a quella calma geometrica dovesse cedere ad un’emozione profonda ed indefinibile. Le considerazioni che seguono riferite a tre  famosi quadri  (Cape Code, Sole del mattino e Una donna al sole) costituiscono uno sguardo sullo sguardo (quello delle protagoniste) e riflettono sull’importanza che per il pittore americano hanno gli spazi spogli, la luce, lo sguardo dei protagonisti verso un orizzonte che lo spettatore può solo immaginare. Accade così di essere attratti,  da una parte, all’interno della narrazione, dall’altra, seguendo lo sguardo delle figure, verso un luogo collocato al di fuori della tela. Il nostro sentire è questo desiderio ambivalente di fermarci ad osservare e, nello stesso tempo, di andare oltre nell’attesa di un’epifania che non sarà.
E’ l’effetto di quello che il poeta Mark Strand definisce il potere ultraterreno della luce capace di trasformare in evento anche ciò che è apparentemente quotidiano e banale.
Ma cos’è che permette al quotidiano di trasformarsi e di generare in noi  questa attenzione carica di stupore?
Il critico Pène du Bois affermava che il suo mondo di case e di luce racchiude un’intensa violenza.
E’ dunque ciò il motivo della straordianaria capacità evocativa di Hopper?
Nella rappresentazione delle scene di vita domestica gli sguardi delle protagoniste si muovono nell’orizzonte di una visione lontana, che con la sua influenza, cattura i personaggi e con essi anche gli osservatori.

In Mattino a Cape Code la nostra attenzione va ad una donna vestita di rosa, che, affacciata ad un vobindo, guarda di fronte a sè oltre i limiti del quadro. In Hopper pare sempre che ci sia qualcosa oltre che esercita la sua influenza su coloro che sono all’interno del quadro.
Si tratta di un oltre verso il quale si è richiamati, una visione lontana implicita e solo immaginata, che trasforma quelle scene immerse nell’anonimato urbano.
Sguardi persi nel vuoto che non danno ragione dei loro “regni interiori” e che tradiscono una sottile inquietudine come la donna in vestaglia rosa di Sole del mattino; seduta sul letto guarda la città da un’ampia finestra e scolpita dalla luce che entra nella stanza sembra anch’essa assorta in un orizzonte  oltre ciò che noi vediamo.
Accade così che i suoi quadri appaiano le stazioni intermedie tra l’io (soggetto) ed un altrove (oggetto) invisibile e solo immaginabile.
Forse è questa la “violenza” di cui parla du Bois? L’apparenza del –qui ed ora– proiettata in uno spazio altro? Le stanze sono l’utero diafano, tristi rifugi del desiderio. E’ questo che ci turba, gli sguardi protesi verso un paesaggio che resta precluso agli occhi di chi guarda e di chi guarda chi guarda?

Sono le stesse domande che ci poniamo di fronte a Una donna al sole avvolta in una solitudine e in un eros malinconici che lasciano presto spazio all’inquietudine per ciò che sta guardando oltre la finestra della quale si intuisce la presenza per il rettangolo di luce proiettato sul pavimento.
Quali colori o forme sconosciuti si stagliano davanti a queste donne?
Esiste forse la promessa di un altrove in quella vacuità di sguardi?
E’ proprio nel momento in cui perveniamo a questa precompresione (come promessa di fede) che l’idea di un altro “paese” può impadronirsi di noi con la violenza della quale si è parlato prima.
La possibilità di un altrove che ci colpisce come una malattia misteriosa, la possibilità di un orizzonte altro, di un altro cielo, ci rapiscono e stordiscono. I volti delle donne di Hopper trasmettono un’attesa ed una sete che non si estinguono nell’accettazione e nell’affermazione del qui, ma ci avvertono che forse c’è un altro da guardare giusto oltre la linea del paesaggio da noi visto.
Nella trasparenza e nella luce dei quadri cerchiamo d’immaginare su cosa posino lo sguardo le protagoniste e questa  immaginazione è come una frustata per la nostra coscienza.
Nei loro sguardi, per dirla con Julia Kristeva, c’è un riamando alla cosa perduta e alla possibilità di afferarne il senso autentico e genuino, una convocazione dell’oltranza, un punto di trapasso tra pittura e immaginazione. Ecco allora i grandi silenzi evocati sinesteticamente da Hopper a tentare di dire l’indicibile, il silenzio come situazione comune ad ogni linguaggio poietico, la condizione, come dice Carlo Sini, perchè possa sgorgare la poesia. Sguardi verso spazi interni o esterni che puntano au fond de l’inconnu come luogo autentico non contaminato dalla ragione per causas. Ecco  allora inevitabile fare i conti con gli elementi dell’invisibile, l’ipotesi dell’inarrivabile come se la vera essenza del dipinto fosse un fuori sempre. Ma fuori dove? Queste creature orfane di Dio senza più speranza sembrano cercare ristoro e speranza in una vacanza immaginativa. Siamo di  fronte ad una ultrapittura dell’altro-spazio che pone il non visibile a fondamento del visibile e chiama il nostro sguardo ad insistere su quanto la nostra intuizione apre come dato primo e immediato.

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