La ricerca “gastrosofica” della Beat Generation

Posted on novembre 19, 2016, 3:45 pm
8 mins

La controcultura aprì nuovi orizzonti non soltanto letterari, ma politici, artistici e culinari.

Tra le molteplici esperienze finalizzate al raggiungimento di uno stato di beatitudine quella dell’assunzione di cibi dalla valenza, per così dire metafisica, merita di essere presa in seria considerazione. La contestazione alla società dei consumi, come già era accaduto il secolo prima con Thoreau, passa anche attraverso un’alimentazione che è in pieno contrasto con la tradizionale cucina a stelle e strisce.
Cultura, arte, cucina, poesia, misticismo, diventano gli strumenti d’elezione per un’intera generazione. Si tratta di una rivoluzione che parte anche e soprattutto dalla cucina dove si preparano piatti prevalentemente vegetariani conditi con curry ed altre spezie esotiche, accompagnate da riso basmati e tofu, con ricette prese da diverse culture in modo particolare dalle culture orientali e ad interesse etnologico.
Così i piatti indiani si fondono con quelli africani e latinoamericani. I menù sono a base di insalate, yogurt, zuppe, latte di riso, succhi di frutta e tè. E’ ammessa la birra, ma sono bandite le bibite gassate simbolo dell’alimentazione industriale e capitalista. Grazie a questa dieta si pensa di liberare il corpo dai prodotti nocivi dell’industria e della tecnica in un ritorno al primitivo/naturale. Cosa che susciterà non poca ironia in uno degli stessi padri della controcultura che in questo passo, attraverso una dissacrante disamina del fenomeno, allude ad una deriva omologante della cultura alternativa, mettendone in discussione l’autentica natura rivoluzionaria. Come a dire, che imprigionata nel suo cliché, ha ben presto neutralizzato ogni carica eversiva. Ma, forse, la forza di questa filosofia fu proprio nella sua capacità di ironia ed autoironia che le permise di scherzare e giocare su se stessa e sul pericolo di trasformarsi, come in parte è accaduto, in stereotipo ritualizzato e fenomeno folkloristico-commerciale.

“La gente si aggrappava ciecamente a tutto quello che trovava: comunismo, macrobiotica, zen, surf, ballo, ipnotismo, terapie di gruppo, orge, ciclismo, erbe aromatiche, cattolicesimo, sollevamento pesi, viaggi, solitudine, dieta vegetariana, India, pittura, scultura, composizione, direzione d’orchestra, campeggio, yoga, copula, gioco d’azzardo, alcool, ozio, gelato allo yoghurt, Beethoven, Bach, Budda, Cristo, meditazione trascendentale, succo di carota, suicidio, vestiti fatti a mano, viaggi aerei, New York City, e poi tutte queste cose sfumavano e non restava niente.”
(Charles Bukowski)

Cibi nuovi per la cultura gastronomica occidentale si diffondono insieme alla letteratura e alla musica ed hanno il sapore dei versi di Ginsberg e delle sue peregrinazioni per l’estremo oriente.

“Un’oncia di giallo latte colloidale
dolce in bocca
Ventialtori rotanti verde luce al neon,
Un uomo in turbante e barba francese
sotto l’interrurrore elettrico, un clacson di auto e la strada…”
(Allen Ginsberg, Kheer)

Piatti che hanno un appeal formidabile su una generazione che all’apple pie sostituisce il gelato al bhang. Il desiderio di rivoluzionare i costumi presuppone un’alimentazione capace di inusuali divagazioni culinarie, una ribellione al sistema che passa attraverso il rifiuto di quel seno materno che è l’alimentazione borghese.
Scorribande letterarie e filosofiche in oriente ci regalano piatti da mille e una notte perché se è vero che l’uomo è quello che mangia, ne consegue che certi alimenti possono aprirci, se rinforzati nel modo giusto, a nuovi mondi.
L’esotismo del movimento si riverbera in una tavola che inizia a parlare tutte le lingue cosicché il chutney di pomodoro, secondo gli insegnamenti dell’anarco-swami Nirmanalanda, può diventare la preparazione fisica al Karma Yoga.
La flanerie, il bighellonaggio teorizzato dalla controcultura, non fu solo un fatto di strade percorse, ma di sapori che andavano da quello della zucca e chapati, al curry, al pane e dhal, al masala chai, al gelato di bhang, dabai indiani annegati nel ghe, latte fermentato e yogurt condito con sciroppi floreali, in un caleidoscopio di ricette tra le più strane e fantasiose i cui ingredienti promettevano esperienze paradisiache come il Fudge con cannabis sativa descritto nel Libro di Cucina da Alice Toklas. In questa affannosa ricerca di assoluto vengono creati succulenti menù psichedelici.

Le droghe vengono decantate come vero e proprio veicolo di contemplazione, una vera fonte iniziatica e sembrano rendere il mondo più interessante, compresi i sapori dei cibi, che vengono accompagnati da sostanze psicotrope per aumentarne l’intensità e godere d’incredibili sinestesie come succede alla protagonista di Baby Driver di Jan Kerouac che descrive così l’effetto di una tavoletta di cioccolata dopo l’ingestione della sua prima dose di Lsd:

“Il cioccolato aggiunse una nuova dimensione alle cose: a ogni morso, una pioggia di raggi luminosi si riversava dall’alto e scuro soffitto a volta – diamanti di cioccolato, quasar di cocco, cuori di mandorla.”

Alla preghiera ed alla meditazione sono spesso associati peperoni alle spezie, riso integrale, pita, montone ed un fantasioso dispiego di frutta in combinazione con le carni come l’anatra in salsa di melograno e noci tritate servita su riso basmati indiano e chiamato “riso reale”. Ed ancora stufato di montone con limoni secchi; riso allo zafferano infornato a strati con pollo e ciliegie, il tutto in ossequio al principio dei quattro umori, l’equilibrio tra caldo, freddo, umido e secco .
Gli alimenti arricchiti con le droghe diventano sostanze psichedeliche capaci di favorire la liberazione spirituale in una vera e propria ricerca gastrosofica dove il cibo è il preparato alchemico per eccellenza, il carburante per la creatività dell’artista e del ricercatore spirituale.
Spesso la preparazione dei cibi è accompagnata dalla recita di preghiere che, nella credenza beat, ne potenzierebbero il valore energetico-vitale. Quindi all’aggiunta delle droghe-maestro non è insolita la ripetizione di Om, Aing, Gring, Cling, Chamunda, El Vijay, classici mantra per consacrarne il valore.

Ognuno è alla ricerca dell’ebbrezza sconvolgente, ogni cibo o bevanda assume potere psicotropo e persino dei semplici biscotti possono diventare un viatico per l’esperienza psichedelica.
Il ma’ agun è un esempio di cibo sacro e si prepara con zucchero, miele, sesamo in pasta (tahin), burro di cacao, spezie ed aromi, frutta secca ed olio di hashish, ma può vedere anche l’aggiunta di estratti e polvere di rose. Altre preparazioni simili prendono nomi che diventeranno celebri nella controcultura come mosmok, mosiuk, terijaki, banghia, malak, assyuni e teridka.

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