L’eterno ritorno del nero nella moda

Posted on gennaio 08, 2017, 3:26 pm
8 mins

Lo scritto trovato in rete è storicamente ricostruttivo, ma la sua attualità è evidente per coloro che osservano il mondo della moda, sia nel minimalismo, che in altre espressioni della moda il nero ha un ruolo centrale infatti. Godetevi quindi le tappe del cammino di questa affermazione

L’ETERNO RITORNO DEL NERO NELLA MODA

Rappresenta un distinguo unificante. Il nero riassume gli estremi dell’eterna dicotomia nella quale si dibatte la moda: esclusività e diffusione. Può essere concettuale, geometrico o gotico, può adeguarsi ai più differenti stili, e non va percepito come sottrazione, ma, al contrario, come somma di colori e di significati, come un monocromo di Klein. Con il nero il pensiero potrebbe sembrare inespresso, ma in realtà è sintesi di potenza, semplicemente si addensa, disegnando il perimetro, definendo la silhouette. Tutti ne subiscono il fascino perché sottolinea il rapporto della figura con lo spazio e viceversa: è come se lo spazio si aprisse per lasciarle posto. Più che mai presente nella moda, anche la sua storia recente, quella del novecento, lo vede periodicamente protagonista. Con un andamento ondivago lo si riscopre e lo si esalta, adattandolo all’esigenza del momento. Cosi, è con Coco Chanel che il colore si riduce. Il suo leggendario tubino nero, accompagnato dalle abbondanti collane di perle connota il primo dopoguerra, oltre a introdurre un’idea di semplificazione, sposta la destinazione del nero: non solo relegato ad alcune occasioni, ma utilizzato anche per il giorno. Gli esistenzialisti, poi segnano un’altra tappa importante. Lo adottarono a oltranza, nei maglioni neri a collo alto che rappresentavano il grado zero, il rifiuto delle sovrastrutture, nei giubbotti neri, che diedero il nome ai blouson noir, i ragazzi stessi che li indossavano. Inevitabile collegare l’immagine a quelle fumose delle caves parigine e a Juliette Gréco. Un paio di decenni più tardi, a metà degli anni 70 arrivarono i Punk , con il loro motto “no future”. Alla base dell’ estetica nichilista, inventata da Vivienne Westwood e Malcolm Mclaren che seppero interpretare visivamente il disagio, ci stavano il nero, le spille da balia, le borchie e la pelle lucida dei pantaloni attillati e le calze smagliate. Copiata e divenuta una moda, quella dei punk rimane un’espressione moderata, rispetto a quella dei successivi dark, che rifiutarono qualsiasi mediazione o ironia: se i primi indulgevano nei colori sgargianti dei capelli, stemperando la severità del tutto nero, i dark avrebbero mostrato tutta la loro intransigenza scegliendo solo e unicamente il nero per esprimersi. Qui il nero diventava una ridondanza semiotica, un grido ancora più acuto nel buio. Ma è alla fine degli anni 80 che tutto cambia veramente. Con l’arrivo a Parigi degli stilisti giapponesi, Yamamoto, Miyake, Comme des Garçons, si sarebbe ribaltato e ridefinito il linguaggio di moda, se ne sarebbero smorzati i toni, arricchendolo per sottrazione. Il nero che, malgrado alcuni episodi, era, come già detto, relegato ad alcune occasioni, che andavano dal lutto alla serata importante, o comunque appartenevano a una iconografia circoscritta, assume un nuovo significato e torna a diventare simbolo di eleganza e purezza. Arriva a rappresentare un distinguo tra l’estetica colta e una più ingenua e grossolana, che mette il colore al centro. Tanto che alcune categorie sociali si travestiranno definitivamente, soffocando qualsiasi esuberanza cromatica, e trasformando totalmente il proprio guardaroba, diventando a tratti dei fanatici. E le folle del mondo si trovarono vestite di nero, richiamando alla mente un brano di Dickens, in David Copperfield, nel quale descrive l’Inghilterra e Londra come un grande e lungo funerale. Ma il fenomeno lo si può leggere come un necessario momento di sincerità, una sorta di momento catartico della moda, nel quale si esprime nel suo duplice valore, quello di vitalità e di morte, nel suo contenere l’inizio e la fine stessa. Come un fiume carsico, la fascinazione per il nero, a volte sembra scomparsa, sopraffatta da differenti entusiasmi, ma, immancabilmente, dopo qualche stagione, torna a scorrere in superficie, travolgendo e oscurando i rosa, i turchesi e concedendo un piccolo spazio solo al blu e ai toni neutri, che gli fanno da contraltare, e imponendosi di nuovo con decisione. Il valore del nero, come segno e come espressione di un pensiero visivo, è chiaro fin dalle sue prime manifestazioni quattrocentesche e in seguito nella sua massima diffusione tra la seconda metà del XVI sec. E la prima metà del secolo seguente. Lo era sia nel mondo cattolico che in quello riformato. L’abbigliamento femminile, naturalmente più che quello maschile, ha permesso di smorzare il rigore del nero, attraverso molteplici invenzioni sartoriali. Preziosità e decorazioni, tagli e costruzioni, giochi di proporzioni: è interessante vedere le analogie tra gli abiti più recenti e quelli antichi: cambiano le fogge, pur restando frequenti le ispirazioni e i rimandi tra oggi e ieri. Dall’uso del lutto come status symbol si è arrivati all’assunzione contemporanea dei due significati (civile e luttuoso) che nella moda ottocentesca maschile, raggiunse addirittura un valore sociale mai più abbandonato. Parliamo di quella che Flugel definì “La grande rinuncia”, e che aveva il duplice scopo di democratizzare il guardaroba e la rappresentazione di sé, e di dare rilievo, di sottolineare l’importanza della figura femminile in società. Un argomento complesso e ricco, trasversale, si direbbe oggi, che riserva letture differenti. Nero come astrazione, dunque, come spiritualità. Come espressione ascetica. Ma anche come consapevolezza dello spazio che si occupa. E ancora, nero come mortificazione, come rinuncia e, totalmente all’opposto: nero come strumento della seduzione. Distinguo intellettuale, dunque, ancor prima che gerarchico, il nero lo si adotta per molte ragioni, tra le quali, la più pratica e attuale: ci lascia fuori dal giudizio. Racconta comunque di un’appartenenza che può essere reale o millantata, ma è resa facile esattamente dalla moda, che, ci permette di scegliere tra tante identità possibili. Minimalista o barocco, lineare o frastagliato, il nero è segno di consapevolezza.

di Renata Molho

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