John Montoya: spiritualismo, misticismo e suoni contemporanei

Posted on febbraio 08, 2017, 4:16 pm
15 mins

Allora John, cominciamo subito! Il tuo percorso, la tua storia, parte da molto lontano: dalla Colombia, la terra di personaggi come Garcia Marquez o Higuita, per citare due poli opposti. So che hai praticamente sempre vissuto nella musica, in Colombia suonavi in un’orchestra sinfonica.
Sì, la Colombia è terra di personaggi importanti: Marquez, Asprilla, Shakira, Valderrama, purtroppo anche Pablo Escobar: c’è una grossa biodiversità nel bene e nel male. In Colombia ho avuto la fortuna di nascere e di crescere nello stesso momento in cui è nato un movimento di orchestre sinfoniche giovanili, copiando quel sistema di orchestre che era nato anni e anni prima in Venezuela, un progetto che ora sta dando i suoi frutti nella mia terra e che è iniziato venti anni fa. Negli anni ’90 è stato ucciso un candidato alle presidenziali, ucciso perché promuoveva l’estradizione dei narcotrafficanti negli Stati Uniti, era un periodo difficile e tragico, che la serie Narcos descrive benissimo e in maniera molto veritiera. Diventò poi presidente il suo vice, la moglie è la persona da cui è partito tutto. Mi piace pensare che da un fatto cosi brutto sia nato comunque qualcosa di estremamente positivo. Io ho avuto l’onore di entrare in quella che definisco un’onda marina dove ho cominciato a studiare il violino.

Come si arriva poi a fare musica elettronica nella provincia veneta?
(ride) È una storia fatta di passaggi strani: fino a 19 anni io ho ascoltato solo ed esclusivamente musica classica, poi ho conosciuto la mia prima fidanzata che mi ha introdotto alla musica elettronica (anche dance) prima con “Mezzanine” dei Massive Attack, poi con i Jamiroquai ma soprattutto con un remix di “Hyperballad” di Bjork. Questo per me è stato il punto di svolta: da lì ho capito veramente che la musica elettronica non era una bestemmia; suonando musica classica sei portato a ritenere tutti gli altri generi musicali banali o meno importanti, quando invece poi raccogli le sensazioni come quelle che a me ha dato Bjork, capisci che esiste solo la musica e che questa si divide solo in musica fatta bene e quella fatta male. Io sono arrivato in Veneto per raggiungere mio fratello. Lì ho iniziato a lavorare in un Blockbuster, tramite una persona conosciuta lì ho conosciuto poi Erik Ravelo che è il boss di Fabrica e che ha dato inizio al mio percorso. Considera che fino a quell’incontro io non sapevo nemmeno accendere un computer, ignoravo tutto.

Il tuo percorso musicale è fatto di studi classici: suoni perfettamente il vìolino, il pianoforte e un sacco di percussioni. Come si approcciano questi studi alla composizione di musica elettronica? È davvero un vantaggio oppure è più difficile perché magari cambia proprio il metodo di scrittura?
Diciamo che è sicuramente un vantaggio, la musica classica ti regala più sensibilità, più gusto, il compositore classico dal barocco alla musica contemporanea va alla ricerca della bellezza, della perfezione. L’unico svantaggio che si può venire a creare è quello di mettere troppa carne al fuoco cercando armonie complesse. Credo che la musica elettronica debba essere innanzitutto molto semplice, fatta di ricordi, di movimenti, di melodie semplici che possano essere mandate facilmente a mente io credo sia questo che la caratterizza e che dovrebbe caratterizzarla.

Parliamo di “Iwa”, qual è stata l’idea iniziale?
Guarda, io stavo guardando un documentario sull’ayahuasca in tv, a un certo punto ho sentito questo sciamano che dopo aver appunto bevuto questa bevanda, ha cominciato a cantare la sua nenia per entrare in contatto con il regno dei morti. Sono riuscito a dire solo wow, poi sono stato invaso da un’energia totale. A me piace credere nelle cose che non si vedono, sin da piccolo mi piacevano astronomia, fantasmi, spiritualismo, metafisica. Questa è stata la spinta mi sono detto “John perché non fai una musica che sia un vettore per comunicare con queste energie che sembra non esistano, ma ci sono, e sono bene presenti basta saperle ascoltare?”. Ho sentito la necessità di esprimere le mie emozioni attraverso un rituale compositivo che sia ringraziamento verso queste energie per ciò che ho avuto fino ad ora.

Obiettivo raggiunto?
Credo di sì, io mi sento ancora all’interno di un percorso, sono consapevole che la strada da fare è ancora tantissima e lunghissima perché il livello della gente brava è altissimo. Ogni tanto mi capita di ascoltare gente da 15.000 follower e il livello è normale, magari ottimo ma normale, il problema è quando vai ad ascoltare gente da un milione di follower: lì capisci davvero perché hanno quel seguito, hanno un carisma, una padronanza e sono riusciti a creare una struttura che riesci veramente a toccare con mano. Un paio di anni fa ho visto i Radiohead, sono rimasto impressionato: il loro concerto è stato come sentire la filarmonica di Vienna a Vienna, la stessa energia, la stessa forza. Ho detto: cazzo questi potrebbero suonare tre giorni di seguito senza un errore e senza una sbavatura. Io vorrei raggiungere quel traguardo.

Iwa ha una fortissima carica spirituale, l’ascolto è venato e carico di un alto misticismo, si ha davvero la sensazione di essere in quella che la religione cattolica definisce una messa.
L’idea era quella, radunare tutti gli stati d’animo che un rituale crea: l’attesa, la speranza, la disperazione, la luce, la stanchezza. In questo mi hanno aiutato molto anche i ragazzi di White Forest, Luca e Lorenzo hanno scelto l’ordine delle tracce in maniera perfetta. Io volevo creare un rituale di ringraziamento agli dei, senza mancar loro di rispetto, dando il mio punto di vista che mantenesse la sacralità di un rituale. “Iwa” per me è uno strumento per raggiungere gli dei, per ringraziare soprattutto per i doni che costantemente mi regalano.

Come si lega tutta questa spiritualità in un suono che gioco forza passa attraverso delle macchine che non hanno comunque sentimenti?
Qui la forza, il legame, lo devi creare tu, devi essere tu bravo a dare vita, anima e colore ai tuoi suoni. Non essendo uno smanettatore diffido molto della musica fatta con codici e file binari, mi butto di più sul file recording registro tutto, adoro registrare tutto. Le Ibeyi ad esempio, ecco io adoro il loro suono, questi cigolii questi rumori. Guardo la musica da un altro punto di vista, le macchine sono solo mezzi per raggiungere un fine, l’umanità e il carico spirituale proviene dal suono che immetto nella macchina per me, la macchina è solo un mezzo. Immetto un suono vivo e pretendo che esca vivo, un po’ come i robot del futuro, saremo noi a dare umanità ai robot non sarà una cosa che avranno loro di base.

Sono riuscito a vederti anche dal vivo e ho visto un live complesso, suoni davvero tanti strumenti, anche perché “Iwa” ha un sacco di suoni “da portare in giro”, è un casino portare questo disco su un palco?
In realtà non tantissimo, in Italia tutto è molto legato al budget: è la prima cosa cui si pensa. È ovvio che se vado in tour con percussionista sassofonista e bassista il carico aumenta, sicuramente questo condiziona la mia musica dal vivo: è un live che sicuramente è fatto per essere suonato e creato con un’idea orchestrale, questo è chiaro, proviene dalla mia cultura classica.

Giochiamo un po’: se potessi essere un altro producer chi vorresti essere?  
Vorrei essere Mark Ronson! Io vorrei essere davvero al suo posto, con quella sensazione di essere sul tetto musicale, entrare nei meccanismi che ti porta ad essere ascoltato da tutti, poi è normale che magari durante questo cammino ci sia un cambiamento nel tuo metodo di creazione ma che male c’è? È normale.

Trovo abbastanza ipocrita il concetto per cui se sei conosciuto da tante persone (leggi essere commerciale) diventi un venduto o una persona non più degna di attenzioni; credo che chiunque faccia musica abbia come sogno di arrivare all’orecchio di più persone
Certo, che male c’è? Come se il numero 10 del Pordenone diventa automaticamente uno stronzo perché viene acquistato dal Real Madrid e gioca nel Real Madrid: mi chiedo che male ci sia. Altri due produttori in cui vorrei impersonarmi sono Timbaland e Quincy Jones: il primo qualsiasi cosa abbia fatto era incredibile solo per il livello ritmico, e su Jones cos’altro posso aggiungere…

Tu fai parte di quel gruppo di artisti che sicuramente si gioca il titolo di “crack dell’anno” che, se vuoi, è molto più che essere considerato una semplice rivelazione, anche perché prima di quest’album ce ne sono anche altri due di ottima qualità. Come ci si sente con addosso questa candidatura?
Non so, io non posso far altro che ringraziare: me ne rendo un po’ conto solo ora, ai concerti, dalle sensazioni che hanno le persone mentre mi ascoltano, dai messaggi che mi arrivano il giorno dopo un live. Sono molto fiero di “Iwa” e del suo risultato, ovviamente ho preso delle ispirazioni: Clap Clap, Populous insomma da loro ho preso un pochino delle mie idee e li voglio ringraziare. Spero che questa candidatura sia poi tradotta in tanti, tantissimi live. Finora non mi posso lamentare sono passato da due concerti l’anno a 10/15 date solo nei primi 5 mesi. È bellissimo, mi piace.

Il 2015 è stato un anno importantissimo per la musica elettronica italiana, possiamo definirla un’ottima annata per questa scena che ha tirato fuori davvero produzioni importanti.  È corretto però parlare di una vera e propria scena Italiana, te ne senti parte o è una cosa che non esiste?
Non so se si possa parlare di una vera e propria scena generale. C’è sicuramente una qualità altissima. Si ha sempre un po’ quell’idea che lo straniero sia più bravo, più stiloso, meglio dotato. Questo genera secondo me una mancanza di autostima rafforzata anche da una difficoltà enorme a trovare una buona promozione come artista, è incredibile questa cosa se paragonata ad altre realtà: pensa solo ad alcuni album di Londra che partono dal nulla e arrivano dappertutto, mentre qui da noi certi ottimi lavori, non parlo solo dei miei, rimangano immobili rinchiusi in uno stretto confine nazionale. Ripeto una scena vera e propria non so. Magari sono io che ancora non me ne sento parte, spero in questo mi aiuti l’uscita dell’album con i remix di “Iwa”.

Chi ti remixa?
Allora c’è Stèv che mi piace tantissimo, un ragazzo d’oro, mi piace far concerti con lui, Lamusa, Popolous, “Umza” la remixa un amico greco che è uscito su Other People (Label di Jaar), Barrio Lindo, Nicola Cruz, logicamente Capibara, Sabir con Lorenzo Corsetti. Uscirà a fine Marzo.

Tu hai la fortuna e il merito di far parte di un rooster importante e sulla cresta dell’onda come White Forest. Quanto sono importanti loro nel supporto al tuo lavoro?
Importantissimi; dopo 2000 mail che ho mandato in giro per il mio lavoro loro mi hanno risposto in un modo cosi caldo e cosi rispettoso per il mio lavoro che mi è sembrato incredibile! Loro ci mettono il cuore, sono fortunato a lavorare con White Forest, è un importantissimo punto di partenza.

 

Tratto da: https://www.rockit.it/intervista/montoya-iwa-white-forest

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