Io e il whisky

Posted on marzo 03, 2017, 3:20 pm
5 mins

“Io penso che sia ora di abbandonare le nostre paure, di liberarci delle nostre schiavitù e di diffidare degli esperti, vivendo fuori dal branco. Credo che sarebbe bene diventare abbastanza mistici da dover cercare la verità senza altri intermediari. Quando assaggiate un Whisky, così come quando vi avvicinate ad un altro essere umano o dovete affrontare un lavoro importante, fidatevi di voi stessi, usando l’intuito di cui siete dotati e ascoltando il vostro corpo. La mente ci inganna, il corpo non lo
fa mai.”
Cito questo passo, tratto da “Whisky eretico” di Silvano S. Samaroli per due motivi: il primo perchè voglio ricordare colui che è stato il primo imbotigliatore indipendente non scozzese e non inglese, che ci ha troppo presto lasciato; il secondo perchè questo straordinario esperto, come altri che ho avuto la fortuna di incontrare, mi ha fatto capire che ciò che più conta, quando bevi un whisky, è se ti piace oppure no. Questo è il principio che mi guida, ogni volta che mi trovo ad assaggiare un’acqua di vita (dal gaelico “uisguebaugh”).
Mi sono innamorata del whisky grazie ad amici che si erano avvicinati a questo mondo così affascinante e con i quali ho visitato un considerevole numero di distillerie, durante un viaggio in Scozia le cui tappe, “casualmente”, coincidevano con la presenza nei dintorni di distillerie più o meno note. È vero che in Scozia non è difficile imbattersi in caseggiati dai camini a pagoda, ma
alcune erano talmente fuori mano che la scusa della casualità proprio non reggeva.
Ricordo il momento esatto in cui ho sentito più forte l’attrazione: eravamo in quella che si definisce la distilleria più piccola di Scozia e lì, mentre la signora che ci guidava nel percorso “didattico” e ci raccontava i metodi, i tempi e le storie, ho visto il passato, la tradizione, l’amore per un prodotto che nasce dalla terra e che, con fascino alchemico, si trasforma in spirito. La tradizione, quindi, il lavoro manuale, i ritmi lenti, la pazienza, il sacrificio del vivere isolati, fuori in parte dalla modernità. Non
è così per tutte le case produttrici, eh no, altrimenti non ci sarebbero il commercio globalizzato e mondiale, i grandi distributori, le bottiglie da scaffale del supermercato.
Continuando il viaggio, e con esso la carrellata di distillerie, ho amato le warehouse, in cui le botti dormono per anni. Entrando in questi magazzini, il profumo di legno, mescolato a quello dell’alcol che matura, regala sensazioni dolcissime, quasi quanto la leggenda dell’Angel’s Share che si rende visibile negli angioletti raffigurati o presenti come statuette in qualsisi warehouse si entri.
Dopo l’impatto emotivo iniziale, ecco l’alambicco possente da studiare nella sua complessità. Passa anche dall’alambicco e dalle sue forme la diversità tra un whisky e l’altro.
Dal viaggio in Scozia ho portato a casa la passione, coltivata poi nei festival e alle degustazioni. L’esperienza del festival, soprattutto quando si è alle prime armi, è essenziale: lì si incontrano gli esperti dai quali conoscere le basi teoriche e pratiche del mondo del malto; lì si trovano intenditori, appassionati, amici. Fortunantamente non tutti sono uomini d’affari che devono vendere; moltissimi sono riusciti a fare del whisky il proprio lavoropur mantenendo la passione. E così si ha modo di incontrare le leggende, uomini straordinari che ti accolgono nella loro esistenza e ti mettono a parte dei loro ricordi e dai quali impari tutto. Sono i primi selezionatori, i primi imbottigliatori indipendenti, persone che da cinquant’anni comprano, selezionano, vendono, amano, collezionano e bevono whisky. Entri nelle loro cantine e trovi ciò di cui si favoleggia e che puoi toccare con mano, a volte assaggi prodotti del tempo che fu e che mai più tornerà. E queste persone, con tutta la loro ricchezza di saperi e di storie, sono naturali, alla mano, per niente spocchiosi o saccenti, qualità rare ma che sono tipiche di chi non ha nulla da dimostrare.
(continua…)

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