Intervista a Julius Evola. (1932)

La rivista “Il Saggiatore”, col fascicolo 19 anno III 1932, iniziava una “inchiesta sulla nuova generazione”, ponendo sull’argomento alcuni quesiti a diversi uomini di cultura, tra cui Julius Evola.
Posted on giugno 09, 2017, 9:18 am
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La rivista “Il Saggiatore”, col fascicolo 19 anno III 1932,  iniziava una “inchiesta sulla nuova generazione”, ponendo sull’argomento alcuni quesiti a diversi uomini di cultura, tra cui Julius Evola.  Riproponiamo ora nel blog “Readingclass.it” le domande rivolte al pensatore tradizionalista e le risposte da lui date.

Ogni nuova generazione sorge in contrasto con la generazione che l’ha preceduta. Si può parlare per la nuova generazione, piuttosto che di questo normale contrasto, di un distacco deciso e decisivo?

  • Ogni nuova generazione sorge in contrasto con la generazione che l’ha preceduta. Ma questo contrasto ha un doppio volto. Esso può significare la restaurazione di significati superiori alternativi ovvero decaduti in forme senza vita nelle generazioni precedenti; ovvero può essere solo una distruzione, una rivolta, un’affermazione del semplice “nuovo” di contro al “tradizionale”, ossia di contro a ciò che corrisponde, attualmente o virtualmente, ad una autorità non soltanto umana, ad una cultura e ad una società orientata verso ciò che non è soltanto temporale e terreno, non soltanto alla “vita” ma anche e soprattutto al “più che vita”.
    Tutto il “mondo moderno” – dalla Rinascenza in poi (per non accennare a momento ancor più lontani di “modernismo” – lo stesso cristianesimo sarebbe tra questi – per chiarire i quali troppo dovremmo dire) – ci rappresenta questo secondo tipo di contrasto: ci testimonia un distacco progressivo puramente distruttivo, “umanistico”, antitradizionale. E, per la nuova generazione, non si tratta che di un caso particolare, sotto certi riguardi acuto, di questo orientamento. Il cerchio, anzi, si chiude; nel senso che si è perso qualsiasi ricordo dei punti di riferimento di ogni civiltà reale e normale, cioè tradizionale e – dato qual che rimane – non si saprebbe disapprovare chi, almeno, va in fondo e dichiara definitivamente la sua insofferenza per un passato non rappresentato più che morte sopravvivenze.

Ravvisate nella nuova generazione un atteggiamento spirituale ben delineato che possa dare un nuovo animo alla cultura e alla vita?

  • Non ravvisiamo nessun atteggiamento spirituale nelle nuove generazione. La parola “spirituale” – prostituita oggi in tutti i trivi giornalistici universitari e mondani – si dovrebbe abolirla dal vocabolario dei moderni. La spiritualità dei moderni è quella dei “chierici traditori” – è quella puramente umana, passata al servigio di realizzazioni affatto temporali, ridottasi ad alone mistico delle passioni e degli interessi dei singoli e delle collettività e delle vanissime “conquiste” della scienza profana. Tutto ciò non ha nulla a che fare con la spiritualità: come, parimenti, con essa nulla hanno a che fare gli sfoghi sentimentali e devozionali delle cosiddette “anime religiose” e i varii surrogati lirici  e speculativi. Ma, a chi ignora il mondo ideale a cui dicendo ciò noi ci rifacciamo, difficilmente queste affermazioni potranno dire qualcosa di chiaro.
    Del resto, in ordine alla generazione ultima, ossia a quella del dopoguerra, se essa nella sua parte più forte ha una caratteristica, è appunto l’interesse per l’azione che si sostituisce all’interesse per lo “spirito”; è il superamento della spiritualità residuale della passata generazione romantica o razionalista.

Quali credete siano i germi di un completo rinnovamento spirituale?

  • Non è possibile esporre in poche righe ciò che noi, dal punto di vista “tradizionale”, riteniamo esser germe per un rinnovamento spirituale. Per quanto oggi non se ne sappia più nulla, esistono egualmente nella storia delle leggi cicliche. Al punto in cui l’Europa è giunta dopo secoli di deviazione “umanistica”, riteniamo che per avere un nuovo principio, bisogna augurarsi che si giunga alla fine quanto prima, ossia, che il ciclo si compia sino alle sue ultime conseguenze. In molte reazioni, siamo perciò inclini a vedere dei crampi che, prolungando l’agonia, valgono solo a ritardare la soluzione, onde costituiscono solo un fattore più negativo che positivo. Positivo, ci sembra invece tutto ciò che porti appunto i temi caratteristici del ciclo moderno sino in fondo, con una intrepidezza – per così dire – disperata. Allora, dinanzi all’alternativa, potrà forse prodursi un risveglio. Rinnovamento spirituale non vi è sino a quando l’”umano” rappresenti l’ultima istanza, sino a quando non si sia ristabilito un contatto reale con un ordine metafisico, superstorico e superindividuale, al posto del quale nei tempi successivi si sono sostituiti i vari fantasmi del pensiero, del sentimento, dell’arte e della morale; fantasmi, che tuttavia oggi sembrano in via di liquidazione in nome di un realismo, che però finisce nel piano della materia e della semplice “vita”, epperò nella più turpe depauperazione delle possibilità umane più alte.
    Occorre forse la forza di un nuovo Medioevo. Se, associandosi ad un émpito quasi barbarico, abbastanza forte per travolgere ogni compromesso, ogni limitazione, ogni residuo e ogni appoggio delle età ultime, quei temi di un nuovo realismo attivo, di un nuovo classicismo nordico-pagano, si una nuova libertà nell’essenziale, nell’antisentimentale e nel “dorico” – che sembrano affacciarsi qua e là in varie correnti – riusciranno a trasfigurarsi, a passare in un piano di spiritualità nel senso ora detto – a farsi dunque vie per qualcosa che stia di là sia dalla materia che dallo “spirito” quale la civiltà moderna l’ha concepito, e a sboccare nel non –umano secondo uno stile di chiara visione, di dominio e di compimento individuale trascendente – in ciò potrebbe forse aversi il germe veramente rinnovatore, ossia restauratore: il principio, che potrebbe far da anima ad una nuova civiltà “tradizionale”, quando i processi che hanno costituita quella moderna si saranno esauriti
    Ma tutto ciò resta molto ottimistico – ossia, per i più, per coloro che sono intenti alla razionale realizzazione dell’”ideale animale” annunciatoci dalle nuove età, una stranezza da teorico fuor dal “concreto”.

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