Il Serpente Piumato, il Popol Vuh e i petroglifi della memoria

Divinità, simboli, credenze e storia della tradizione maya e azteca ne "Il Serpente Piumato" di David Herbert Lawrence e nel "Popol Vuh"
Posted on luglio 05, 2017, 8:52 am
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Uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli è l’atto più bello che si possa compiere.
Quasi nemmeno ci rendiamo conto delle nostre tacite obbedienze e automatiche sottomissioni, ma ce le possono scoprire, dandoci un orrore salutare, i momenti di spassionata osservazione, quando scatta il dono di chiaroveggenza e libertà e per l’istante si è padroni, il destino sta svelato allo sguardo.
Per mantenersi in questo stato occorre non avere interessi da difendere, paure da sedare, bisogni da soddisfare; si raccolgono i dati, si dispongono nell’ordine opportuno e, al di là dei recinti dove si sta rinchiusi, si spalanca l’immensa distesa del possibile.

Elémire Zolla, Uscite dal Mondo, Adelphi Edizioni, Milano, 1992, p. 15

L’intendimento che ci si è prefissi, sempre troppo mutilo, sempre troppo poco indagato nelle sue mutevoli e polimorfe sfaccettature adamantine, sempre troppo poco perforato alla luce dello sconfinato mare in cui navigano, nel loro possente e icastico lucore, le innumerevoli pubblicazioni concernenti il vero e proprio Universo precolombiano, consiste in una lieve e rispettosa carezza alle civiltà azteca e maya, compiuta attraverso una succinta e marginale disamina de Il Serpente Piumato di David Herbert Lawrence e del Popol Vuh o Libro del Consiglio dei Maya – Quiché. Nulla di accademico, molto di viscerale.

Il Serpente Piumato di Lawrence non è altri che il Dio azteco Quetzalcòatl: un nome, un sema, un seme, sul quale chi scrive ha speso ore di trasognata adorazione quando, vessata dagli insegnamenti impartiti presso un’anonima scuola secondaria di primo grado, si è imbattuta nei nomi e nelle singolari raffigurazioni del pantheon azteco studiando l’irruzione (imperdonabile, sconsiderata, tutta infarcita di prepotente ὕβϱις e irrispettosa delle Tradizioni indigene) degli Europei nel continente americano[1].

Presso il popolo azteco permaneva la credenza in Tloque Nahuaque, il “Signore della vicinanza e dell’unione”, risiedente nella zona sommitale dei cieli ed espressione di “una realtà metafisica e spirituale che tutto regge e governa”[2]. Di talché, oltre a doversi ritenere impropria una piana caratterizzazione politeistica della religio azteca, le altre divinità a noi note si debbono qualificare alla stregua di principi simbolici, proiezione delle energie cosmiche insite nei fenomeni naturali, in una Weltanshauung fortemente permeata dall’intangibile sacralità della Natura. Qualificandosi, dunque, le divinità azteche come “manifestazioni simboliche di principi cosmici” e, parimenti, come traduzione astratta dei principi regolatori della vita umana, si può, di conseguenza, constatare la realizzazione del principio della volontà in Huitzilopochtli e di quello della conoscenza, della purezza e della santità in Quetzalcòatl.

Quetzalcòatl, incarnato nel romanzo di Lawrence dal volitivo e radioso Don Ramòn Carrasco, divinità di derivazione tolteca, viene associato a Venere, in qualità di Stella mattutina, con il nome di Tlahuizcalpantecuhtli e rappresenterebbe l’Uomo archetipico. Egli, simbolo solare e massimamente luminoso della Conoscenza, pone in correlazione, attraverso di sé, forza tellurica ed energie celesti, ciò che si trova a strisciare sulla Terra e ciò che, invece, si libra nel cielo, realtà materiale e realtà spirituale[3].

Il nome di Quetzalcòatl rivela, altresì, quale crasi tra “quetzal” e “còatl”, un non celato riferimento al coloratissimo e meraviglioso uccello, nativo dell’America Centrale, dalle regali piume smeraldine, di cui anche i Maya (rectius: i maggiori dignitari Maya) si adornavano. Un’arcaica leggenda, diffusa in Guatemala[4], pretende che il quetzal non possa sopravvivere una volta catturato, ponendosi, così, come incarnazione fortemente simbolica della libertà, consentendo, per derivazione, di intravvedere nella figura del Serpente piumato l’emblema della capacità di liberarsi in modo drastico e indubitabile di ogni condizionamento dell’io individuale[5].

Ne Il Serpente piumato di Lawrence, vi è chi ha voluto leggere una profonda comunione con la riflessione metafisica nietzschiana, ritenendo che il termine Quetzalcòatl finisca per designare il superuomo[6].

Ciò premesso, nel romanzo di Lawrence si viene vischiosamente calati, con uno stile impeccabilmente attagliato al tema, nel Messico moderno, durante la rivoluzione messicana.

Il Messico, in tale specifico lacerto temporale, dimostra di porsi quale paese in cui “le forze occulte aborigene hanno resistito alla penetrazione della razza dominatrice e le sono restate accanto senza venire sopraffatte”[7].

I messicani (in cui permane il germe, benché parzialmente sopraffatto, della fede antica) sono, dunque, chiamati, per l’incrollabile volere di un uomo, Don Ramon (Quetzalcòatl vivente), a una tellurica rigenerazione spirituale, all’insurrezione contro il culto cristiano, alla drastica rinnovazione del sé in un frangente di negletta instabilità politica. Don Ramon, grazie all’aiuto titanico e squisitamente militare di Don Cipriano (Huitzilopotli[8] vivente), cerca di vivificare il cuore del popolo messicano attraverso la reintroduzione degli antichi rituali aztechi[9]. Gli antichi Dei del Messico, così, “si risvegliano dal loro sonno secolare e reclamano il loro popolo”[10].

Il suono dei tamburi, carico di vibrante significato estatico ed evocante il sovrasensibile, “per il cuore pulsante…per il cuore che non si arresta”, irrompe sulla scena ad accompagnare i folgoranti Inni in versi a Quetzalcòatl o a Huitzilopotli (composti dallo stesso Lawrence e spesso caratterizzati da una sensibilità e un acume realmente straordinari) e gli altri momenti cultuali. Pare quasi di essere trascinati nelle adunanze degli indios, al fianco, mezzo irretito e mezzo dubitante, di Kate (Malintzi vivente), la protagonista femminile del romanzo. Pare quasi di vivere l’irrompere esplosivo di un afflato irresistibile e primordiale, di essere conquistati dal potere barbarico e antico del tamburo e dalla profonda e feroce spiritualità indigena.

Foto scattata alla mostra Maya – Il linguaggio della Bellezza

Foto scattata alla mostra Maya – Il linguaggio della Bellezza

L’auspicata rigenerazione spirituale ci riporta a una banale considerazione: è possibile che la rigenerazione (la rinnovata restaurazione) della fede di un popolo costituisca l’unica via praticabile per la rigenerazione del popolo stesso. Azzardando, ma non si sa poi quanto, il contenuto della massima evoliana, a mente della quale “La creazione di uno Stato nuovo e di una civiltà nuova sarà sempre cosa effimera quando l’uno e l’altra non abbiano per substrato un uomo nuovo”[11], non appare, in ultima analisi, così dissimile dai professati intenti di Don Ramon.

Rimandando all’attenta e recettiva lettura del libro, ci sia permesso solo di riportarne un breve e detonante passo, concernente il nome degli dei: “Ah, i nomi degli dei! Non vi sembra che somiglino ai semi, i loro nomi, così densi di magia, di oscura magia? Huitzilopotli! – non è meraviglioso? E Tlaloc! Quanto mi piacciono! Me li ripeto di continuo come nel Tibet ripetono Mani padma Om. Sono convinto che qualcosa di fertile si nasconda nei suoni, Itzpapalotl – la farfalla d’ossidiana. Itzpapalotl! Ripetetelo anche voi, sentirete che bene vi fa nell’anima!”[12].

Per Elémire Zolla, che definisce il romanzo di Lawrence “infelice, fallimentare, ma con spunti grandiosi”, “dopo che si è proposta e riproposta in varie e successive situazioni romanzesche l’idea della pace trascendente, nel nero cuore del Messico si scopre che la vera pace nasce quando non ci si affanna più attorno al male e al bene, ma si accetta la presenza di due alterni spiriti: l’aurora soave e madida delle stagioni piovose e la calura torrida, atroce, inesorabile come il sole sgozzato di Bataille. Chi scopra questa gemina radice, non appartiene più all’Occidente, vive senza emozioni e senza speranza: per lui emergere e declinare, dice Lawrence (in Reflections on the Death of a Procupine, che precedette di un anno il romanzo), sono momenti da accettare con equanimità, ponendosi entro la quarta dimensione”[13].

Ed è ancora Zolla a trapassare, con il dardo dell’estrema sintesi e della rara e aurea intuizione, lo spirito del popolo azteco “l’azteco, come in genere l’uomo arcaico, viveva vertiginosamente le sue associazioni simboliche. Per lui un boccio non era qualcosa di simile al sole in gloria o allo spirito dell’uomo fiorente sullo stelo del corpo, ma era tutte queste cose in un’assoluta compatta simultaneità. Egli non faceva paragoni o confronti, ma percepiva di schianto tutti i possibili simboli della luce, della vita erompente”[14].

Il Popol Vuh è un altro testo dall’elevato potenziale esplosivo. Secondo le parole di Raphaël Girard, esso, prezioso distillato dell’anima e della storia del popolo Maya-Quiché, rappresenterebbe il documento più antico sulla storia dell’uomo, essendo anteriore, parimenti, al Rigveda e allo Zendavesta.

Scampato alle “sante pire” dell’Inquisizione il Codice dal quale, per trascrizione, è stato recuperato il testo sacro, nei primissimi anni del XVIII secolo, il frate domenicano Francisco Ximénez, religioso illuminato, riprodusse una propria trascrizione del Popol Vuh, redatto in lingua indigena, con la contestuale traduzione in spagnolo[15].

In sé il libro racchiude magistralmente la visione cosmogonica e le tradizioni risalenti del popolo Quiché, nonché la narrazione delle sue origini e l’enumerazione dei suoi regnanti. Esso prende avvio con l’esposizione del mito della creazione e prosegue, dopo alterne vicende, narrando della inusitata nascita dei prodigiosi eroi gemelli Hunahpù e Xbalanqué, destinati a superare, nel corso della loro personale “catabasi” e pur a fronte di indicibili ostacoli e di altrettanto indicibili arguzie, le terribili e crudeli prove dei perfidi signori dello Xibalba, l’inframondo.

Di un certo interesse anche la sezione del Popol Vuh in cui si discorre della definitiva creazione degli uomini ad opera dei Progenitori e del Creatore e Modellatore Tepeu Gucumatz, i quali, a posteriori, espressero le seguenti parole: “Per la creazione, la formazione dei nostri primi madri-padri, di mais giallo e mais bianco si fece la loro carne; di mais si fecero le gambe e le braccia dell’uomo. Unicamente massa di mais entrò nel corpo dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati”; ciò a riprova dell’estrema rilevanza che l’alimento rivestiva per le civiltà precolombiane e, segnatamente, per quella maya, definito da J. Eric S. Thompson “il fuoco ottico del loro culto”.

L’archeologo, difatti, nel suo studio classico sulla civiltà maya, rammenta come “ogni Maya che lavorava la terra avesse nel cuore un tabernacolo speciale per l’adorazione del mais” e come, tutt’oggi, i Maya si riferiscano al granoturco con reverenza, rivolgendosi ritualmente allo stesso, con l’attribuzione dell’epiteto “Vostra Grazia”[16].

Dormii il grande sonno e non sognai fin quando venne una voce che mi svegliò.
“Quetzalcòatl”.
E io chiesi “dove sei?”
“nè qui né là” disse la voce.
“Sono te stesso. Alzati”.

Ciò che strenuamente s’aggrappa alla corteccia cerebrale del lettore del Popol Vuh (o del lettore de Il Serpente piumato o di un qualsiasi testo ben strutturato sulle civiltà precolombiane), è un ineffabile sentore di insondabile profondità, di feroce e vibrante crudezza, di schietta e atavica possanza. Avvolti da una densa e pressoché impenetrabile galassia di miti (intuiti come realtà viventi) e simboli sanguigni[17], ci si riscopre infinitesimi e tremuli, consapevoli di essere immersi in autentiche acque sorgive che seguitano a dispiegare il proprio potere rigenerante, la propria forza fondatrice.

 


 

[1] Per una visione lievemente peculiare rispetto all’usuale e, da ultimo, non avulsa da considerazioni eminentemente giuridiche sul tema, si veda Carl Schmitt, Terra e mare, una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi Edizioni, Milano, 2002, pp. 73 e ss. Come si evince dal saggio di Franco Volpi, a chiusura dell’edizione Adelphi predetta, a seguito della lettura di tale libro, Ernst Jünger, nel ’42, ebbe a scrivere “Carl Schmitt è tra i pochi che cercano di valutare gli eventi in base a categorie che non siano di breve respiro come le categorie nazionali, sociali, economiche”. Non di poco momento la stessa lettera di Schmitt di presentazione del testo e di enucleazione della sua tesi fondante, inviata a Jünger mentre questi si trovava sul Caucaso: “Vi si afferma alla fine che secondo un’antica dottrina la storia dell’umanità è un cammino attraverso i quattro elementi. Ora siamo nel fuoco…Ciò che viene chiamato “nichilismo” è combustione…Dalle ceneri nasce poi la Fenice, uccello che simboleggia il regno dell’aria”.
[2] V. Agnese Sartori, Gli Aztechi, Xenia Edizioni, Milano, 1997, p. 23.
[3] Cfr. Agnese Sartori, Gli Aztechi…cit., pp. 23 e ss., cui si rinvia integralmente per una più approfondita disamina cosmologica ed etnografica, oltreché per un’accorata trattazione del genocidio culturale perpetrato al tempo della conquista del Messico. Inter alia, si ricorda l’opera di Matos E. Moctezuma, Aztechi, Jaca Book, Milano, 1989. Sui peculiari riti del granturco – il granturco era onorato come specifica e autonoma divinità – e sui sacrifici umani in favore dei raccolti presso gli Aztechi, v. Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, pp. 313 e ss. Sul deicidio in Messico e, quindi, sull’uso di sacrificare il corrispettivo umano di un dio fra gli antichi aztechi, v. anche J. G. Frazer, Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino, 2012, pp. 686 e ss.
[4] La parola náhuatl Quautemallan, da cui deriva “Guatemala” significherebbe “terra di molti alberi” ed era utilizzata dai popoli messicani per riferirsi alla totalità del territorio fertile e montuoso ubicato a sud del Messico, come si evince in Maya – Quiché (Consiglio dei), Popol Vuh o Libro del Consiglio dei Maya – Quiché, introdotto, tradotto e curato da Ugo Stornaiolo, Massari Editore, Bolsena, 2013, p. 37, grazie alle preziose note di quest’ultimo.
[5] Sul punto v. D. H. Lawrence, Il serpente piumato, Newton Compton Ed., Roma, 1995, e, segnatamente, l’introduzione allo stesso del traduttore Walter Mauro, p. 8. Specificamente sulla figura di Quetzalcòatl, si segnala il testo di Laurette Sejourne, Quetzalcòatl il serpente piumato, Il Saggiatore, Milano, 1959.
[6] Il riferimento è a Edith Green e a tal proposito v., in breve,  D. H. Lawrence, Il serpente piumato…cit., p. 9.
[7] Cfr. Leo (Giovanni Colazza), Il serpe piumato, in Krur, Ed. Tilopa, 1929, pp. 282 e ss. Anodino aggiungere che dell’articolo di G. Colazza si raccomanda vivamente l’evocativa lettura.
[8] In ossequio a quanto riportato in Agnese Sartori, Gli Aztechi…cit., p. 28, il Dio – rettamente riportato come Huitzilopochtli, diversamente dalla semplificazione operata da Lawrence – era l’incarnazione del sole e rappresentava il concetto essenziale del “guerriero”. La sua figura veniva riprodotta mediante semi di amaranto, i quali, nel corso delle apposite occasioni cultuali, venivano distribuiti ai fedeli affinché ne consumassero simbolicamente la “sacra carne”.
[9] Il Messico rinnovato si apprezza anche per l’assai eloquente deformazione dell’emblema messicano: ne Il serpente piumato, l’aquila si trova all’interno del cerchio di un serpens qui caudam devorat.
[10] Sono le parole di Leo (Giovanni Colazza), Il serpe piumato…, cit. p. 283.
[11] Cfr. Julius Evola, Gli uomini e le rovine e Orientamenti, Edizioni Mediterranee, Roma, 2001 p. 198.
[12] V. D. H. Lawrence, Il serpente piumato …, cit. p. 63. Quanto a Itzpapalotl, urge segnalare, per autentica συμπάθεια personale, il felice poemetto Farfalla d’ossidiana di Octavio Paz incentrato proprio sulla figura di Itzpapalotl; tale componimento emana quell’annichilente profumo di acre passione e spessa spiritualità che pare permeare lo stesso intero romanzo di Lawrence. Del viscerale poemetto si fornisce un estratto: “Io sono il centro fisso che muove la danza. Ardi, cadi in me: sono la fossa di calce viva che libera le ossa dalla loro afflizione. Muori sulle mie labbra. Nasci nei miei occhi. Dal mio corpo scaturiscono immagini: bevi in quelle acque e ricorda ciò che dimenticasti alla nascita. Io sono la piccola pietra solare, se mi sfreghi il mondo s’incendia. Prendi la mia collana di lacrime. Ti aspetto da quella parte del tempo in cui la luce inaugura un regno felice…Lì aprirai il mio corpo in due, per leggervi i segni del tuo destino”.
[13] Cfr. Elémire Zolla, Uscite dal mondo…cit., p. 473.
[14] V. Elémire Zolla, Uscite dal mondo…cit., p. 477.
[15] Per una trattazione più ampia e sistematica, si rimanda all’introduzione di Ugo Stornaiolo in Maya – Quiché (Consiglio dei), Popol Vuh…, cit., pp. 7 e ss. Per una poderosa sintesi etnologica e religiosa, si rinvia a Raphaël Girard, Le Popol-Vuh. Histoire culturelle des Maya-Quichés, éd. Payot, Paris, 1972. Per altre traduzioni del Popol Vuh, oltre a quella fornitane da Ugo Stornaiolo, si veda Dennis Tedlock, Popol Vuh: The Definitive Edition of The Mayan Book of the Dawn of Life And The Glories of Gods and Kings, Simon and Schuster, New York, 1996.
[16] J. Eric S. Thompson, La civiltà maya, Einaudi, Torino, 1994, pp. 287 e ss. A tale testo si rimanda integralmente, ed esaustivamente, per la trattazione analitica e quanto più possibile completa delle molteplici caratterizzazioni della civiltà maya e, in particolare, della loro complessa religione.
[17] Ad abundantiam (ma quest’abbondanza è feconda), si segnala anche il testo di Federico Gonzàlez, I simboli precolombiani – Mitologia, Cosmogonia, Teogonia, Edizioni Mediterranee, Roma, 1993.

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