Il Platonismo in Cesare Pavese. Conoscenza come reminiscenza

Pavese esprime frequentemente nelle sue opere l’idea secondo la quale il nostro essere noi stessi, per ciascuno di noi, non ha mai avuto inizio. Ci parla di un ritorno ad un tempo mitico situato al contempo all’inizio e al di fuori del divenire
Posted on Dicembre 25, 2016, 4:54 pm
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Secondo Pavese esiste un concepire mitico dell’infanzia che si pone come a-priori per la coscienza, un sollevare eventi unici ed assoluti, che vivranno nella nostra mente come schemi normativi e che, in futuro, faranno di ogni esperienza sempre una seconda volta, un ritrovamento:

(…) ben poco la vita adulta può attingere al tesoro infantile di scoperte.Si può bensì riportare alla luce quelle forme primigenie e contemplare la fresca salute, come di radici che il terriccio dei giorni ha continuato a nutrire. Poi da cosa nasce cosa, e anche i giorni futuri germoglieranno su questi ceppi (…)
Pavese, Mal di mestiere (Feria d’agosto)

La conoscenza mitica è infatti un conoscere il mondo che avviene al di là della nostra razionalità, attraverso modalità che sono proprie dell’esperienza religiosa. Si conosce per grazia, per ispirazione, per estasi dove per estasi si intende una sommossa dei sensi, un abbandonarsi alle cose come in un orgasmo:

(…) E’ una crisi, una sommossa delle facoltà buone che ingannate da un urto dei sensi, presumono di guadagnare abbandonandosi alle cose. E queste afferrano, travolgono, inghiottono come un mare agitato (…). C’è in esse qualcosa di osceno: esattamente lo stesso che abbandonarsi al sesso e volerne narrare le sensazioni segrete.
Pavese, Mal di mestiere (Feria d’agosto)

Il mito risiede nell’essere sottratto all’accadere. Il che è avvenuto idealmente una volta per tutte e il carattere dell’individuo si intravede nell’essere attratto e conformato da qualcosa che sta  al di là della propria esperienza storica come ricorda Guiducci (1967).  Il mito non è semplicemente un racconto narrato, bensì una realtà vissuta, una viva realtà che si crede avvenuta all’inizio dei tempi e che, da allora, continua ad esercitare la sua influenza sul mondo e sul destino degli uomini. Il mito è paradigmatico e l’esistenza individuale è il tentativo di adattarsi ad esso, come si evince chiaramente da questo brano:

(…) eran queste le cose che portavo con me, capivo che le cose proprio vere non si riesce a raccontarle. Non soltanto è necessario che chi ascolta le sappia, ma bisognava già saperle quando si sono conosciute, e insomma è impossibile saperle da un altro. Io stesso mi chiedevo quando avevo cominciato a sapere, ma era come se mi avessero chiesto quando avevo conosciuto mio padre (…) A quei tempi sapevo soltanto che niente cominciava se non l’indomani.
C.Pavese, Storia segreta (Feria d’agosto)

Pavese afferma il principio secondo il quale è possibile conoscere solo ciò che già si conosce: tutto è reminiscenza[1].

Ma se conoscere vuol dire ricordare, va da sé pensare che i nostri sforzi siano protesi a contrastare un’amnesia che ci separa da una conoscenza autentica. Ciò che il protagonista di Storia Segreta conosce affonda in un urzeit, tempo originario, serbatoio mitico che alimenta la coscienza.

Ogni esperienza, suscettibile di ricordo, è quindi sempre una seconda volta, di cui la prima originaria è atemporale, perduta nel tempo e, malgrado ciò, agisce attivando le esperienze successive, con forza normativa e paradigmatica:

Un uomo apparso un giorno, chi sa quando, sulle tue colline, che avesse chiesto dei salici  e intrecciato un cavagno e poi fosse sparito, sarebbe il genuino e più semplice eroe incivilitore. Mitica sarebbe questa rivelazione di un’arte, quando quel gesto fosse, beninteso, di un’unicità assoluta, non avesse presente e non avesse passato, ma assurgesse a una sacrale eternità che fosse paradigma a ogni intrecciatore di salici.
Pavese, Del mito del simbolo ed altro (Feria d’agosto)

La dimensione, nella quale la coscienza mitica può esplicarsi, è quella della memoria, poiché i ricordi rappresentano sempre una ripetizione, spingendosi oltre il razionale, fino alla memoria archetipica della specie. Nulla può essere conosciuto che già non si sappia, ma possiamo dire che nulla può essere guardato che già non sia stato guardato. La vita per Pavese è infatti una ripetizione di gesti inaugurati da altri. Questa ripetizione cosciente di gesti paradigmatici tradisce un’ontologia originale per cui ogni nostra esperienza è, secondo l’autore, una ripetizione di un’esperienza originaria[2].

Tutto ciò che viene detto o fatto ripete certi discorsi ed atti avvenuti ab origine; per Pavese tutto ciò che si fa e si conosce ha un prototipo in un altrove, in un mondo mitico (illo tempore).Il protagonista di Storia Segreta, infatti, prende coscienza che le cose viste e vissute in campagna l’estate prima sono il riverbero di un mondo arcaico che esiste da sempre. In questi  concetti si trova un platonismo implicito che riflette la concezione della conoscenza in Pavese:

Seguitai a salire, e vidi il portico, il tronco del fico, un rastrello appoggiato all’uscio – la stessa corda col nodo pendeva dal foro dell’uscio: la stessa macchia di verderame intorno alla spalliera del muro. La stessa pianta di rosmarino sull’angolo della casa. E l’odore, l’odore della casa, della riva, delle mele marce, d’erba secca e di rosmarino (…) Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale (…)
Pavese, La luna e i falò

Quando l’autore descrive il protagonista che osserva la natura nel suo ritorno alla casa d’infanzia non si riferisce a quel portico, a quel tronco di fico, a quel rastrello, ma platonicamente alla loro idea. Possiamo domandarci se le cose che Pavese vede e descrive siano davvero quelle di quell’estate o quelle dell’estate ancora prima. Il portico, il tronco, il rastrello, la corda, la macchia di verderame, la pianta di rosmarino sono quegli specifici oggetti o piuttosto le idee platoniche di essi e, quindi, per dirla con Jung, gli archetipi[3]?

Gli archetipi sono le risorse profonde dell’esistenza collettiva, quelle immagini il cui contatto si accompagna all’esperienza dell’eterno quale a-priori della nostra conoscenza, un ricordo assoluto in grado di spiegare il nostro essere nel mondo, agenti regolatori del nostro immaginario individuale e collettivo[4].

In questo senso il tronco il rastrello la corda la macchia di verderame partecipano ad una realtà che li trascende. Essi divengono ricettacoli di una forza esterna che conferisce senso e valore. Questa forza può risiedere nella sostanza dell’oggetto o nella sua forma: gli oggetti si rivelano nella loro sacralità, in quanto la loro stessa esistenza è una ierofania, resistono al tempo e la loro realtà si riveste di perennità. Questo concetto si trova molto chiaramente anche nel “Il campo di granoturco”, racconto in cui Pavese ci spiega come gli archetipi ci parlino e si pongano alla nostra coscienza:

(…) Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di granoturco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi dall’aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato (…). Quel giorno fu un campo; avrebbe potuto essere una roccia impendente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vite sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si apprendono e concretano in figure naturali. Queste figure io non le scelgo; sanno esse sorgere, trovarsi nella mia strada al momento giusto, quando meno ci penso. Non c’è persona di mia conoscenza che abbia un tatto come il loro (…).

La visione del campo di granoturco è una riattualizzazione del momento mitico in cui l’archetipo è stato rivelato per la prima volta.Si tratta di una  divina folgorazione in cui l’archetipo appare sotto forma di modello risvegliando la conoscenza nel protagonista, per cui non  occorre mediazione: dinnanzi ad esso tutto si compie. Nel brano sopracitato, attraverso l’osservazione del campo di granoturco, avviene una sorta di ripetizione dell’evento della creazione.

Il protagonista del racconto scopre, così, non esserci distinzione tra pensiero ed essere. Nell’osservazione del campo si verifica la ripetizione di un evento divino originario e nell’atto del vedere si coglie l’evento fondativo delle origini. In questo modo è reso possibile l’incontro con il divino, senza alcuna mediazione, con quel  fuoco vitale che,  dalla  lontana infanzia,   forgia l’emotività adulta.

C’è nel ricordo dell’infanzia un’emozione intensa, frammista di nostalgia e speranza. Il campo costituisce per il protagonista la via d’accesso che lo conduce al mondo invisibile, al mito, a quel luogo e a quel tempo nel quale l’antenato mitico ha plasmato la specie vivente dalla quale discende lo stesso scrittore:

Il luogo mitico non è quello individualmente unico, tipo santuario o simili, ma bensì quello di nome comune, universale, il prato, la selva, la grotta, la spiaggia, la radura che nella sua indeterminatezza evoca tutti i prati, le selve, ecc (…). Il prato, la selva la spiaggia dell’infanzia non sono oggetti reali tra i tanti, ma bensì il prato, la spiaggia come ci si rivelarono in assoluto e diedero forma alla nostra immagine trascendentale.
Cesare Pavese, Il Mestiere di vivere

 

Tempo mitico e tempo storico

Pavese esprime frequentemente nelle sue opere l’idea secondo la quale il nostro essere noi stessi, per ciascuno di noi, non ha mai avuto inizio. Ci parla di un ritorno ad un tempo mitico situato al contempo all’inizio e al di fuori del divenire. Il tempo mitico è, in questo senso, l’origine del tempo storico e vi riemerge di continuo. E’ il luogo ideale delle metamorfosi, dove nulla è ancora stabilizzato, nessuna regola ancora promulgata, nessuna forma ancora fissata, dove gli uomini si trasformano in animali e viceversa, dove non esiste la morte e lo stesso universo è eterno. Il mito è il regno di Saturno e di Crono che associa al tempo stesso gioia e dolore, luce e tenebra. L’età di Saturno, in particolare, era quella dei sacrifici umani, nella quale Crono divorava i suoi figli, dove tutto è mostruoso ed eccessivo, come descritto in La nube:

(…) non c’erano limiti né leggi, e forme e specie diverse potevano mischiarsi e confondersi, in un indistinto pullulare di vita: né nascevano mostri, ma non c’erano divieti, né percorsi obbligati (…)
Pavese, La nube (Dialoghi con Leucò)

Ritornare al mito significa far ritorno ad un mondo privo di limiti e divieti che vincolano l’uomo maturo, mondo in cui si è ristabilito ogni legame con l’universo favoloso, con l’al di là, con gli antenati; significa non essere ancora incorso nella legge morale che ci impone il vivere adulto, non essere educati al tempo e quindi alla memoria storica[5].

L’esperienza meridiana costituisce spesso l’accesso alla mitica fissità naturale, a quell’intemporale e astorico vivere tipico dell’infanzia e dell’adolescenza. Il carattere del mito è infatti l’unicità. Solo il ragazzo, per Pavese, conosce veramente le cose e solo ritornando tale l’uomo può avere accesso alla dimensione mitica:

(…) Tutte le passioni passano e si spengono tranne le più antiche, quelle dell’infanzia. I miti ambiziosi o libidinosi dell’infanzia sono insaziabili perché l’età matura – la sola che potrebbe saziarli – ha perduto le occasioni…(…)
Pavese, Il mestiere di vivere

Il richiamo all’infanzia è, così, il senso del sangue e della terra[6] (boden und blut) che è mirabilmente descritto ne “La luna e i falò”. L’infanzia è concepita da Pavese come “preistoria della vita” nella quale viviamo l’ebbrezza di un contatto profondo con la natura, un sentimento di comunione grazie al quale si ha rivelazione delle cose attraverso esperienze istintivo-irrazionali, è la fase della vita nella quale non si è ancora realizzato l’assunto heideggardiano dell’essere per la morte, patrimonio, insieme al tempo e alla memoria, del vivere adulto[7]:

(…) poi viene il giorno che d’un tratto si capisce, si è dentro la morte, e da allora si è uomini fatti (…)Da ragazzi si è come immortali (…)
Pavese, I due amici (Dialoghi con Leucò).

[1] Platone nel Menone, afferma che conoscere è rammentare. Egli afferma che conosciamo attraverso i sensi la  varietà degli oggetti, ma la loro essenza universale l’abbiamo già colta in illo tempore. Nella prima infanzia che si ha l’esperienza dell’uno.

[2] Per Pavese, la vita è la ripetizione ininterrotta di gesti inaugurati da altri. Questa ripetizione cosciente di gesti paradigmatici implica un’ ontologia originale, arcaica secondo la quale la realtà è imitazione di un archetipo ancestrale.

[3] Secondo Jung gli archetipi sono forme determinanti della psiche, ma nello stesso tempo anche potenze cariche di energie che, anche senza essere conosciute, agiscono sull’anima. Anzi, confinati nell’inconscio essi agiscono in modo ancor più potente che non quando vengono resi coscienti.Esiste un’accezione pre-junghiana dell’archetipo: in questa caso è sinonimo di modello esemplare, paradigma nel senso agostiniano del termine.

[4] L’archetipo per Pavese è inscindibilmente legato al territorio in cui si  è nati. Esso attiva ricordi e, di conseguenza, l’ispirazione poetico letteraria non può che attingere ed essere fecondata da questo magma.  Vi è uno stretto legame tra terra, sangue ed ispirazione poetica. Lo stesso concetto troviamo esplicitato nelle lettere in cui Pavese descrive la difficoltà nel trovare ispirazione dai luoghi  che lo ospitarono durante il confino. Qui l’estraneità al luogo non permette l’attivarsi di quel processo di cui si è parlato a proposito del campo di granoturco. Le persone di un racconto devono essere radicate nella loro realtà circostante da innumerevoli radici che sono i loro ricordi, la loro vita fantastica. Ora, io non ho ricordi di questi luoghi, di questa natura, di questa realtà: per me è un mondo gratuito, vuoto, oggettivo, come una persona veduta la prima volta. E’ evidente che non ho niente da dire su di esso (Lettere 1924-1950).

[5] Esiste una memoria storica legata al tempo lineare che Pavese associa alla vita razionale ed esiste una memoria mitica associata al tempo circolare della campagna.

[6] Il passo seguente appartiene al cosiddetto taccuino segreto, che vide la stampa nel  1990, dopo circa cinquant’anni di silenzio della critica, ad opera di Lorenzo Mondo (LaStampa, 8 Agosto 1990):

Boden und blut – si dice così? Questa gente ha saputo trovare la vera espressione.Perché nel 40 ti sei messo a studiare Il tedesco? Quella voglia ti pareva solo commerciale, era l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà. Un destino, Amor Fati.Pavese esprime in questo passo un concetto interessante, che riguarda quella necessità espressa con ostinazione nei Dialoghi avente a che fare con ciò che lui definisce diventare destino (amore per il fato), con quel “ja sagen” alla vita teorizzato da Zaratustra di Nietszsche.Il motivo dell’amor fati in Nietszsche è legato ad un altro concetto fondante il suo pensiero che è quello di eterno ritorno. E’ proprio nel momento meridiano, durante una vacanza a Sils Maria, in Engadina, che il filosofo tedesco è colto da questa rivelazione sull’esistenza e sul mondo.

[7] Pavese come Heiddeger fa coincidere l’inizio dell’età adulta con l’acquisizione dell’essere per la morte.

 

di Pierpaolo Pracca e Francesca Lagomarsini

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