Il lavoro uccide e il Giappone conferma

Posted on febbraio 04, 2017, 3:10 pm
8 mins

Sveglia all’ alba. Colazione, se c’ è tempo quella tradizionale con uova, pesce, alghe, riso… Altrimenti all’ occidentale, caffè, poi di corsa a prendere la metropolitana, senza nemmeno un saluto o un qualsiasi scambio di parola con moglie e figli. Sono le 7 del mattino di una qualunque città giapponese, Tokyo, Osaka o Nagoya, che differenza fa? E’ l’ ora di punta e c’è il “tutto esaurito“ nelle carrozze dei treni. La tensione e lo stress cominciano già a salire, ma è inconcepibile mostrarlo agli altri. Ed ecco che in soccorso arrivano “gli spingitori“. Già, proprio così, nelle splendide pulitissime, efficientissime metro nipponiche non manca nulla. Questa figura è stata introdotta per gestire il traffico della gente che (stra)riempie i vagoni tanto quasi da spaccarne i vetri. Uomini in divisa con impeccabili guanti bianchi spingono all’interno delle carrozze questa massa umana, evitando che si verifichino incidenti. Una volta dentro, poi, ci sono severe norme da rispettare: è assolutamente vietato parlare a voce alta al telefono, mangiare e bere, recare un qualsiasi tipo di disturbo agli altri. E’ così che inizia la lunga ed interminabile giornata e forse anche nottata di un tipico サラリーマン giapponese. Si anche nottata, se è prevista, si oltre agli straordinari, in media 100 ore alla settimana, ad un lavoratore viene chiesto di riposare qualche ora su di una branda posizionata in un ufficio senza ritornare a casa dalla famiglia. Non c’è da stupirsi se poi in Giappone ogni anno il numero dei 過労死karōshisuicidio o morte per eccessivo lavoro, sia in continuo aumento.

In paesi come il Regno Unito o la Francia, questo allarmante fenomeno viene da tempo studiato e analizzato, in concomitanza alle lotte dei sindacati, per cercare di ridurre le ore di lavoro per evitare gravi problemi di salute.

Ma in Giappone? La storia dei karōshi inizia nel 1969 quando un operaio di 29 anni, addetto ai trasporti di un giornale, muore a causa di un arresto cardiaco provocato da eccessivo lavoro. E’ nel 1982 che vediamo apparire per la prima volta il termine karōshi, grazie ad una pubblicazione avvenuta dallo studio di singoli casi che portò ad una descrizione di un fenomeno generale in espansione. Nel libro si parla di decessi provocati da cause fortemente connesse ai turni esagerati dello stressante lavoro delle vittime, che, in alcuni casi, avevano persino superato le 3000 ore di lavoro annuo. Nel 1987, visto il crescente interesse della gente, il Ministero del Lavoro Giapponese ha iniziato a rendere pubbliche le statistiche e i dati, in forte aumento, dei karōshi. L’ anno successivo, 1988, alcuni avvocati fondarono il Consiglio di Difesa Nazionale per le Vittime di karōshi. Durante gli anni ’90 il fenomeno giapponese cominciò a fuoriuscire dal territorio nazionale, coinvolgendo anche altri paesi asiatici, quali Cina e Corea, tanto da far preoccupare persino le Nazioni Unite che sottopose il caso all’ Ufficio della Commissione dei Diritti dell’ Uomo. Nonostante questo solo circa vent’anni dopo il governo giapponese ha cominciato a prendere delle misure di tutela per contrastare tale fenomeno. Così si è pensato ad un indennizzo da riconoscere alle famiglie delle vittime, purché queste riescano a dimostrare in maniera certa e comprovata che il decesso sia avvenuto per cause strettamente connesse allo stress del lavoro. Per fare ciò, le famiglie devono consegnare alle commissioni giudiziarie le prove delle ore straordinarie avvenute e qui inizia lo snervante e, spesso inutile, iter burocratico. C’è da spiegare che il rapporto persona-lavoro in Giappone non è facilmente comprensibile per un occidentale. Tutto questo è dovuto dal forte spirito di sacrificio e di responsabilità dell’individuo che molto spesso, pur di assolvere il proprio incarico, finisce per annullarsi. Perciò, molte volte le famiglie non richiedono l’indennizzo per non provare vergogna. Trovare un’ altra occupazione e quindi licenziarsi volutamente è praticamente impensabile ed impossibile. Così moltissimi lavoratori accettano incondizionatamente le disumane condizioni lavorative pur di non diventare disoccupati e motivo quindi di serio imbarazzo per la famiglia. Più difficile, è invece, il provare di aver fatto gli straordinari in questo paese.  Questo perché? E’ molto semplice. Gli straordinari non vengono retribuiti perché non vengono registrati. Molte aziende per non rischiare di superare i limiti imposti dalla legge sugli orari di lavoro non registrano gli straordinari. Tutto questo è comunque accettato dalla società giapponese: lo straordinario è parte integrante del lavoro stesso. In più, nessuno in questo paese si sognerebbe di protestare perché sarebbe odiato da tutti, dal capo ai colleghi.

Il 2007 è stato l’anno peggiore. Le statistiche pubblicate dal Ministero della Salute e il Ministero del Lavoro rivelano dati sconcertanti: 189 lavoratori sono deceduti a causa di ictus ed arresto cardiaco dovuti all’eccessivo lavoro e 208 si sono ammalati gravemente. Nel 2008 è stato pagato un indennizzo considerevole da parte dell’ azienda alla famiglia di un lavoratore finito in coma per il troppo stress. Insomma anche il governo ha cominciato a preoccuparsi seriamente del fenomeno tanto da imporre tabelle specifiche per gli straordinari,  turni di lavoro con almeno 11 ore di riposo, visite e controlli medici. D’ altra parte alcune società cercano di migliorare la situazione dei loro dipendenti limitando gli straordinari a 360 ore annue. La Nissan propone il telelavoro, cioè lavorare da casa, per poter così anche assistere famigliari, oppure  alcune aziende impongono ai dipendenti di non fare straordinari e di rientrare a casa.

E’ di questi giorni la notizia dell’ incontro tra i vertici del Lavoro e il primo Ministro giapponese Shinzo  Abe, deciso a fare realmente qualcosa di buono per i lavoratori del suo paese, dopo il caso del suicidio per karōshi  della giovane stagista Matsuri Takahashi, praticante presso l’ azienda pubblicitaria Dentsu, che sconvolse la nazione. Interventi per promuovere una vita meno stressante, con più tempo libero, dedita alla famiglia, ma soprattutto allo shopping  per far girare l’economia interna, forse l’ennesimo sfruttamento nei confronti dei lavoratori giapponesi.
http://www3.nhk.or.jp/news/html/20170201/k10010861211000.html?utm_int=nsearch_contents_search-items_001

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