La globalizzazione sartoriale

Posted on novembre 09, 2016, 3:54 pm
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Il banchiere francese Albert Kahn nel 1909, dopo una visita in Giappone, decise di creare un album a colori di tutti i popoli che abitavano la terra. Nonostante la crisi del 1929 lo mandò in rovina bloccando il progetto, la collezione fotografica è ancora disponibile.
Quelle immagini, oltre a rappresentare il più grande inventario della popolazione mondiale del primo scorcio del XX secolo, mostrano una stupefacente varietà di abiti e stili. Il modo di vestire definiva l’identità di quei popoli, visivamente eravamo ciò che indossavamo.
Oggi un lavoro come quello di Kahn dovrebbe concentrarsi sulla ricerca di qualche popolazione che ancora indossi abiti tradizionali. A tutte le latitudini, un segno evidente della presenza dell’occidente si avverte proprio nel modo di vestirsi, una globalizzazione sartoriale promossa dai grandi marchi della moda che contraddistinguere popoli e ceti sociali differenti.
Riuscire a conciliare il consumismo di massa con una forte spinta individualistica, è stato il vero tocco magico dell’occidente. Non si tratta solo di vestiario, ma dell’accoglimento di una cultura popolare che si estende dalla musica al cinema, dalle bibite ai fast food, tutti elementi di un dominio morbido e seducente. L’abbigliamento è uno dei pilastri principali di questa cultura, dove la libertà di vestirsi, bere e mangiare come più ci aggrada, si risolve nel paradosso di allineare tutti a dei parametri definiti.
Sono tanti gli oggetti materiali che compongono la narrazione occidentale, uno di questi è nato nel selvaggio west come pratico pantalone da lavoro. I jeans come li conosciamo oggi, furono inventati nel 1872 da Levi Strauss (nato Loeb Strauss), un merciaio immigrato bavarese che insieme a Jacob Davis, si assicurarono il brevetto sull’utilizzo di rivetti in rame per fissare le tasche sulle tute da lavoro dei minatori. Il tessuto che impiegavano era il denim (originariamente serge de Nimes, tessuto utilizzato sulle navi dei marinai genovesi), prodotto dallo stabilimento Amoskeag di Manchester, nel New Hampshire, con cotone americano tinto con indaco. La fabbrica di Levi si trovava a San Francisco, e fu qui che si pensò di realizzare il pantalone con il famoso marchio in cuoio raffigurante due cavalli che non riescono a strappare un paio di Levi’s.
I blue jeans sono comodi, economici da produrre, facili da lavare e resistenti. Ma all’epoca anche le tute degli operai europei erano comode e pratiche, per quale motivo questo pantalone californiano è giunto a dominare la moda e l’immaginario collettivo? La risposta sta nelle più importanti industrie della società dei consumi: cinema e pubblicità e nei messaggi veicolati attraverso il jeans.
Il primo è stato John Wayne a sostituire i calzoni di pelle sfrangiati che portava nei primi film western, con i semplici jeans come quelli indossati in Ombre Rosse (1953). Poi ci furono i jeans di Marlon Brando in Selvaggio (1953), quelli di James Dean in Gioventù bruciata (1957), fino a quelli neri di Elvis Presley. Il volto duro del Marlboro Man, con jeans e indispensabile sigaretta hanno fatto tutto il resto, associando al pantalone un’idea di forte individualità.
Alla fine i jeans invasero il pianeta, penetrando persino nell’est Europa sotto il tallone di ferro dei sovietici dove la resistenza durò poco. Tra mercato nero e prime importazioni ufficiali, i jeans vennero tollerati con malcelato disprezzo dalle autorità di Mosca e degli altri paesi satellite, mandando lentamente in tilt quel sistema. Jeans e musica rock sfondarono la cortina di ferro.
I jeans sono stati il simbolo di un immaginario di contestazione e allo stesso tempo l’emblema dell’americanizzazione occidentale, capaci di veicolare un’utopia e di vincere la guerra fredda più dell’ostentazione delle armi. I sovietici sono andati per primi nello spazio, avevano la bomba atomica, ma non sono in grado di replicare un capo d’abbigliamento accattivante capace identificabile con la società comunista. Negli anni settanta, nella fase più ideologica della contestazione, quando il movimento attaccava l’imperialismo americano, quei giovani soffrivano una cronica dipendenza dai simboli della cultura pop americana con i jeans che restavano l’uniforme obbligata della rivolta.
Nel corso dei decenni l’associazione tra jeans e rivolta è sparita, ormai tutti lo indossavano: operai, imprenditori e politici. “Il mondo è ormai il paese dei blue-jeans” proclamava la rivista Life nel 1972. Impossibile darle torto.

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