Il gesuita che scrisse il primo trattato sul Giappone nel XVI secolo

Posted on Dicembre 01, 2016, 5:17 pm
FavoriteLoadingAdd to favorites 8 mins

Il 25 luglio 1579 nel porto di Kuchinotsu in Giappone, un uomo sbarca con un seguito di persone, è un gesuita che conosce bene l’Asia, si chiama Alessandro Valignano, è stato inviato in missione da Everardo Mercataro, terzo successore di Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù.

Tre anni dopo, sarà il responsabile di tutta l’attività di evangelizzazione a Est del Capo di Buona Speranza: l’Africa, l’India, Malacca (odierna Malesia), la Cina e il Giappone sono sotto la sua giurisdizione “spirituale”.

Nato a Chieti nel 1539 da una nobile famiglia di origine normanna, destinato a entrare nella Curia romana, si reca a Padova per studiare giurisprudenza e nel 1557, consegue la laurea in utroque jure (ovvero in diritto canonico e diritto civile). Tra Padova e Venezia, conduce per qualche anno una vita spericolata, tanto che il 28 novembre del 1562 viene arrestato proprio a Padova con l’accusa di aver ferito una donna con un coltello. Proclamatosi innocente, resta in carcere per 18 mesi, fino a quando il Quarantia criminal, il tribunale supremo della Repubblica di Venezia, lo condanna all’esilio. Il suo rilascio sarà possibile grazie al risarcimento ricevuto dalla vittima e, soprattutto, per l’intervento del cardinale di Milano, Carlo Borromeo.

 

Nel corso degli studi presso il Collegio romano scopre gli Annales Ecclesiastici di Cesare Baronio, che gli offriranno una chiave di lettura del metodo con cui il Cristianesimo si era diffuso nei primi secoli mediante un adattamento flessibile alle culture preesistenti, greco-romana e siro-giudaica.

Legge affascinato le lettere dall’India e dall’Estremo Oriente di Francesco Saverio, il primo missionario gesuita a mettere piede in Giappone e a quel punto, decide di fare richiesta al superiore generale per andare nelle “Indie orientali”. Passa solo qualche mese e, nel 1573, Mercuriano lo invia in Oriente come Visitatore, cioè suo delegato personale. Passa da Lisbona (le colonie asiatiche sono soggette al Portogallo) e si imbarca il 21 marzo dell’anno successivo per una missione che durerà tutta la vita, fino alla morte a Macao nel 1606.

 

Valignano arriva a Goa dopo sei mesi. Rimane in India tre anni. Documenta la sua attività in 24 lettere e un sommario sulla realtà del paese, successivamente, il 6 settembre 1577 parte per Macao, che qualche anno dopo battezzerà La cidade do nome de Deus, ma è il Giappone il territorio al quale vuole dedicare maggiori energie. Attorno alla metà del Cinquecento, erano già presenti sul posto dei missionari cattolici, ma il loro lavoro conosce alterne fortune sulla base della disponibilità dei signori feudali.

Il gesuita approda a Kuchinotsu pieno di ottimismo ma trova una realtà molto distante dalle aspettative. Molto più ostica della lingua, trova la cultura. In una delle sue prime lettere scrive: “si può dire con certezza che il Giappone sia un mondo a rovescio. Quelli che vengono qui dall’Europa si trovano di fronte a cose nuove che, come i bambini, devono imparare a mangiare, a sedersi, a parlare …”

 

Altrettanto strani agli occhi dei Giapponesi sono gli Europei: li chiamano nambanjin, barbari del Sud, e con stupore notano che “mangiano carne sanguinolenta, non si lavano, non danno alla forma la stessa importanza della sostanza”. La società è organizzata secondo precise gerarchie, la popolazione è composta in maggioranza da contadini, ancora Valignano: “i Giapponesi sono così poveri che non si sa come facciamo a vivere. Per molta parte dell’anno si sostengono di riso, verdure e qualche altra cosa. Anche cavalieri e uomini onorati vivono di poco in mezzo a molte necessità”. Ma ancora più desolante è la condizione della Chiesa. Ci sono dissensi fra i gesuiti e dentro la comunità cristiana, rimostranze dei coadiutori giapponesi nei confronti degli Europei e mancanza di reciproca fiducia. Il conflitto interno ai missionari è polarizzato da due figure: Francisco Cabral, portoghese e superiore della missione giapponese, e Organtino Gnecchi Soldi, italiano e superiore del distretto della capitale Kyoto.

Il primo prudente e devoto, ha un’opinione molto negativa dei Giapponesi, è contrario a ogni compromesso ed è un convinto assertore della superiorità europea. Il secondo, generoso e flessibile, apprezza la cultura locale (parla la lingua, al contrario di Cabral) è disponibile all’adattamento.

Inevitabile è lo scontro fra Valignano e Cabral, che mal sopporta l’intrusione dell’italiano nella “sua” missione. Cabral aveva stabilito che nell’organico della Compagnia venissero accettati i Giapponesi, come iruman, fratelli laici, ma in posizione subordinata, senza che gli venisse insegnato né il latino né il portoghese e con nessuna prospettiva di accedere al sacerdozio e diventare gesuiti a pieno titolo. Quando nel 1581 Valignano definisce le linee-guida per la condotta dei missionari nella loro attività in Giappone, fa l’esatto contrario, fino a prevedere la formazione di un clero indigeno da ammettere alla Compagnia. Le sue direttive vengono adottate e Cabral viene richiamato a Macao, lasciando le terre nipponiche nelle mani del suo “rivale”.

 

Il Cerimoniale per i missionari in Giappone, è molto di più di un semplice prontuario per l’evangelizzazione: è un trattato antropologico sulla società giapponese, un’analisi della diversità e una guida su come debba comportare quando si incontrano culture differenti, scritto per religiosi e laici.

Il Cerimoniale verrà adotta da Roma con qualche riluttanza, ma il metodo risulterà efficace anche per il senso pratico di Valignano che organizza un’attività di commercio della seta per finanziare la missione. Il numero delle conversioni è impressionante, all’epoca la popolazione giapponese conta 20 milioni di abitanti, ma più di 400mila scelgono il cattolicesimo. Il sistema è coerente con la struttura della società: prima si convertono i daimyo, i signori feudali, e si lascia poi che i contadini sudditi seguano l’esempio.

Valignano si sposta per un periodo fuori dal Giappone per poi ritornare nel 1598 fino al 1603 e subito si rende conto del clima ostile verso i cristiani. Già nel 1587 lo shogun Toyotomo aveva cominciato una prima persecuzione, seguita da un editto di espulsione mai davvero applicato. Con il nuovo secolo, i gesuiti perdono il loro monopolio dell’evangelizzazione perché dalle Filippine arrivano i francescani spagnoli, molto più aggressivi e popolari.

Nel frattempo, la famiglia Tokugawa ha preso il potere, perseguita i cristiani e isola progressivamente il Giappone con la politica del sakoku (il paese in catene), una condizione che resterà inalterata fino alla rivoluzione Meiji del 1866-1869.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.