I Cavalli Selvaggi di Cormac McCarthy

Posted on Gennaio 07, 2017, 5:21 pm
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Cormac McCarthy appartiene a quella categoria di scrittori che hanno raccontato l’America profonda e dimenticata, lontana dalle tribolazioni metropolitane e dai cocktail party. D’altronde per un uomo che vive a El Paso, viene naturale trasporre nei suoi romanzi gli umori della gente che vive lungo la frontiera texana.

Uscito nel 1992, All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi) è il primo romanzo di quella che viene chiamata Border Trilogy, trilogia della frontiera (gli altri due sono The Crossing, Oltre il Confine, pubblicato nel 1994 e Cities of the Plain, Città della pianura).

Cavalli selvaggi è un romanzo di lotta, sangue, lealtà e ostinazione, con protagonisti giovani adolescenti che affrontano un percorso difficile per diventare uomini, ambientato nel 1949.

La storia racconta del sedicenne John Grady Cole che ha perduto il suo ranch di famiglia e con l’amico Rawlins si sposta in Messico alla ricerca di un lavoro e una vita differente, comincia con una morte, si chiude con un’altra ed è tutto è un susseguirsi di sfide e di rischi, ma anche di gioia, e di un senso di libertà che si respira solo nei grandi spazi.

John Grady spera di trovare in Messico un luogo dove i rapporti umani siano più autentici, lontano da un mondo che lentamente si sta trasformando, dove le praterie sono attraversate dalle autostrade e la lealtà sembra essere stata gettata nella pattumiera dell’affarismo.

McCarty utilizza prosa essenziale, senza quella punteggiatura che rallenterebbe troppo il ritmo, con descrizioni ridotte al minimo, pochi aggettivi, solo punti fermi, dialoghi e azione. Nel corso della lettura si ha la sensazione di trovarsi in mezzo all’azione, di sentire il rumore dei fagioli riscaldati e l’urlo di un coyote in lontananza. Il libro termina con John Grady che cavalca verso il tramonto non perché ha vinto, ma solo perché la sua testardaggine lo porta a cercare le cose in cui crede.

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