I boia di Roma. Newton Compton

Posted on febbraio 14, 2017, 4:07 pm
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“Roma papale e criminale”, come titolo sarebbe stato più efficace. Coloro che immaginano la Roma del ‘500 e del ‘600, come una città plasmata dal verbo cristiano, incorrerebbero, infatti, in una pura astrazione di pensiero. Gioco d’azzardo, accattonaggio ‘professionale’ (vere confraternite di mendicanti), brigantaggio (non politico), prostituzione (7.000 prostitute censite su una popolazione di circa 5.00 anime), costituivano il modus vivendi di cospicua parte della popolazione. Sul gioco d’azzardo e sulla prostituzione, si realizzavano, poi, i due livelli di compiacenza tra potere e malaffare: per il secondo, si può immaginare quale fosse la tipologia di ‘penetrazione’ dell’uno nell’altro; riguardo il gioco d’azzardo, invece, esso risultava molto utile per far fronte al continuo bisogno di uomini ai remi delle molte galee; quale modo migliore di reclutarli, infatti, se non facendoli indebitare in bische aperte ad hoc: per i successivi 5 anni, quindi, gli sventurati scontavano il reato incatenati al remo delle galee (simpaticamente, questa attività di rematore era definita ‘bonavoglia’). In questo ‘paesaggio’, personaggio ‘esemplare’ finì per diventare la figura del boia: la città di Roma può ascrivere nel suo libro paga uno dei boia, Mastro Titta, con il maggior numero di esecuzioni condotte a ‘buon fine’; al suo confronto il boia parigino suo contemporaneo, faceva la figura del ragazzo di bottega (514 tra supplizi ed esecuzioni, contro 68). Tralasciamo di descrive, comunque, i metodi delle condanne a morte (eseguite in numerosi luoghi della città, tanto che se ne potrebbe fare una descriptio urbis apposita) e le forme ‘educative’ nei confronti del popolo praticate con i pezzi squartati del ‘corpo criminale’.

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