Giovanni Battista Belzoni, l’Indiana Jones italiano

Posted on Gennaio 09, 2017, 5:56 pm
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L’undici aprile 1803 al Teatro di Sadler’s Well, ci sono duemila persone che attendono con ansia la novità assoluta: l’esibizione del famigerato “The Patagonian Sampson”, il Sansone Patagonico.

Quando arriva il momento, sul palco sale un gigante di due metri e dieci, con un copricapo di piume sulla testa, il torace ampio, gonnellino di pelle e calzari. Riccioli rossi e gli occhi azzurri, scruta il pubblico con aria minacciosa, indossa un’imbracatura di metallo con due pedane laterali. Dodici uomini compaiono alle sue spalle e si sistemano sulla struttura: otto sui due lati, tre in testa. Il gigante si alza e solleva tutti, quasi senza fatica mentre il pubblico applaude sbalordito.

Quell’uomo non è un selvaggio della Patagonia, ma un padovano di venticinque anni di nome Giovanni Battista Belzoni. A sedici anni ha lasciato la bottega del padre barbiere, andando prima a Roma in cerca di fortuna e poi in Francia a fare il commerciante di talismani, poi di nuovo a Padova dove si è fermato giusto il tempo per organizzare un viaggio verso Amsterdam insieme al fratello Francesco, dove giungono nel 1803. Belzoni ha una passione per l’idraulica e lì vuole studiare meglio la materia, ma, non sappiamo con precisione come sia finito nel mondo dello spettacolo: per nove anni si esibisce fino a quando non arriva a Londra.

Durante gli spostamenti conosce Sarah, la donna di cui si innamora, ricambiato, che ben si adatta allo spirito avventuriero del marito. Dopo un periodo di ingaggi teatrali in Portogallo e Spagna, nel 1814 i coniugi Belzoni finiscono a Malta, con l’obiettivo di raggiungere Istanbul, dove sembrano esserci buone opportunità di guadagno presso la corte ottomana. Nei loro progetti, deve trattarsi di un breve periodo, per poi rientrare in Italia.

Il destino invece conduce Giovanni in un’altra direzione. A La Valletta conosce Ishmael Gibraltar, agente commerciale di Mehmet Alì, il pascià d’Egitto, che sta reclutando tecnici per migliorare la gestione delle acque del Nilo. Non gli sembra vero: l’occasione tanto attesa di sfondare come esperto di idraulica. Sbarcato in Egitto nel giugno 1815 mentre infuria la peste, si rende conto di essere piombato in un mondo estraneo e ostile. Caldo insopportabile e sporcizia, una diffusa avversione nei confronti degli stranieri cristiani si associano all’attesa snervante per l’appuntamento con il pascià. Abituato a vivere all’estero, Giovanni sa quanto contino le relazioni con gli altri stranieri, soprattutto in terra musulmana. Oltre agli inglesi, fa amicizia con Johan Burckhardt, lo scopritore di Petra, che si è convertito all’Islam e si fa chiamare Sheikh Ibrahim. L’esploratore e arabista sarà un suo convinto sostenitore.

“Non pensavo allora alle antichità”, scrive Belzoni nelle sue memorie, “quantunque non potei tralasciare di profittare d’una gita che fece il sig. Turner per vedere le piramidi, una delle maraviglie del mondo”. Ne resta affascinato, ma fino al 1816 si dedica principalmente al progetto della macchina idraulica che gli ha commissionato Mehmet Alì. Il fallimento dell’impresa lo pone dinnanzi a un bivio: tornare indietro e riprendere la carriera da attore, che detesta, oppure restare in Egitto, inventandosi un nuovo mestiere e subito, perché le risorse economiche si stanno esaurendo rapidamente. Intanto, nella comunità inglese in Egitto, è arrivato un personaggio che avrà un ruolo di primo piano nella vita di Belzoni: Henry Salt, nuovo console britannico. Dopo la spedizione francese di Napoleone, in Europa i reperti dell’antico Egitto sono richiesti da musei e collezionisti privati. Gli studi sulla materia sono agli inizi, nessuno ha competenze specifiche, servono uomini pratici e coraggiosi, capaci di spostare statue e obelischi da spedire.

Basti pensare che per farsi strada in uno scavo archeologico si utilizza persino la dinamite, come fa il colonnello Richard Howard nel 1835 per entrare nella piramide di Micerino.

Belzoni sembra l’uomo giusto: affabile e cortese, ma anche orgoglioso e tenace. Quando è abbigliato da egiziano, con turbante e viso abbronzato dal sole, incute timore tra le popolazioni locali. Per la sua stazza imponente, i britannici lo battezzano The Great Belzoni. I buoni rapporti con Salt, gli consentono di ottenere il primo incarico: il recupero di una scultura destinato al British Museum:  un busto di sette tonnellate che giace fra le rovine di Tebe, noto come il Giovane Memnone (in realtà si trattava di Ramses II).

Le difficoltà sono enormi, dovute anche alla scarsità di materiale e manodopera, ma l’operazione si conclude con successo. Recuperata la statua, Belzoni decide di far vela verso Sud. Kom Ombo, Assuan, Philae… sull’isola che ospita il tempio di Iside avvista un obelisco, di cui prende possesso nel nome delle autorità britanniche durante il viaggio di ritorno. La sua destinazione è Assuan, dove l’amico Burckhardt nel 1813 aveva notato presso Abu Simbel le rovine di un tempio ricoperto di sabbia. Belzoni progetta di aprire un varco e di essere il primo a penetrare al suo interno. In realtà ci hanno già provato l’inglese William Bankers, accompagnato da Giovanni Finati – un ferrarese islamico che ha fatto carriera nell’esercito del pascià.

Spostare l’enorme quantità di sabbia che lo ricopre sembra un’impresa titanica e dopo estenuanti trattative con i capi locali, Giovanni avvia i lavori di rimozione, che si rivelano più complessi del previsto, mentre cibo e denaro incominciano a esaurirsi. Il progetto Abu Simbel deve essere rimandato ma prima di partire, incide la scritta “Belzoni 1816” su una statua di Ramses II, a dimostrazione della rivalità tra questi primi avventurieri dell’archeologia.

I dispacci inviati nell’ufficio di Salt al Cairo aumentano le invidie. Drovetti, un ex console francese messosi a commerciare cimeli antichi è uno dei nemici giurati, tanto da ordinare ai suoi agenti di fare a pezzi alcune statue scoperte dall’italiano.

Tra il 1816 e il 1819, The Great Belzoni compie tre spedizioni lungo il Nilo, scopre Berenice sul Mar Rosso e raggiunge l’oasi di Giove Ammone, oggi nota come oasi di Siwa, passando per quella di Bahariya. Qui non ha la consueta fortuna: percorre un’area che si riteneva ricca di sepolture, ma non trova alcun segno che gli indichi dove scavare, cosa che avverrà solo nel 1996. La necropoli che ha esplorato meglio è stata quella di Gurna, dove trova molte mummie avvolte nelle bende.

Nel diario racconta quando, distrutto dalla fatica, si accascia per qualche secondo in una caverna, sopra un mucchio di mummie che sotto il suo peso di disintegrano sollevando polvere. Da un archeologo professionista non ci si aspetterebbe un simile comportamento, ma dovete considerare che nel primo Ottocento, nessuno dava importanza alle mummie e da secoli gli egiziani le vendevano a pezzi ai farmacisti europei che le sbriciolavano per utilizzarle come composti in pozioni medicamentose.

Con il passare degli anni, i contrasti con Salt e Drovetti, il desiderio di rivedere la famiglia, spingono Giovanni e Sarah a pianificare il ritorno. A settembre la coppia è a bordo di una nave con destinazione Venezia. Nel 1820 l’editore John Murray pubblica Narrative of the Operations and Recent Discoveries in Egypt and Nubia, illustrato da Alessandro Ricci e dallo stesso Belzoni. Il libro è un successo commerciale, tradotto in italiano e tedesco.

Per qualche tempo l’esploratore si gode un po’ di gloria. Il primo maggio 1821 viene allestita una mostra a Londra sull’antico Egitto con la ricostruzione della tomba di Sethi I. Nel 1822 viene invitato dallo zar Alessandro I a San Pietroburgo e nello stesso anno una sua mostra spopola a Parigi. Diventa amico del duca di Sussex, ma i contrasti con le autorità accademiche britanniche non si placano. Nel 1823 decide di partire per un nuovo viaggio, verso la mitica Timbuctu, crocevia di carovane e città leggendaria. Il 3 dicembre a Gwato in Benin, la sua avventura finisce in tragedia perché muore per una banale dissenteria a 45 anni.

Avventuriero, saccheggiatore di tombe, trafficante di reperti archeologici. George Lucas il creatore del personaggio cinematografico di Indiana Jones, si è ispirato proprio a Belzoni. Nel novembre del 2013, l’editore di fumetti Bonelli ha pubblicato Il Grande Belzoni, una storia romanzata della sua vita.

 

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