Dal narcisismo alle società di controllo. “Queste storie non avvennero mai, ma sono sempre”

Posted on Gennaio 07, 2017, 4:27 pm
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Nascondersi per sfuggire al mercato della merce e dello spettacolo. Facebook come esperimento obliquo. Coloro che a seguito della lettura di queste righe penseranno siano ispirate ad atteggiamenti e comportamenti di persone a me note saranno in errore, le considerazioni nascono da un luogo comune circa gli utenti di Facebook che ritengo errato.
Tutti a dire che l’utente medio è lì per farsi notare; io invece ritengo che proprio lì è impossibile ottenere questo risultato; dove si è meno visibili se non nella folla; qui, inoltre coperti dai like e dai commenti degli utenti, insomma FB è un luogo per nascondersi non per mostrarsi; o meglio, si può realizzare un’alternanza fra queste dinamiche che sta a noi gestire, trasformando ciò nel nostro apporto originale allo stare qui. Insomma io la ritengo un’opportunità imparare quando emergere e quando stare nella trincea. Provocare il contatto o allontanarlo. In ogni caso, se la cifra del contemporaneo è l’esposizione, in quanto tutto è merce, nascondersi è un modo di sfuggire al mercato. Facebook, uno strumento per un’estetica del silenzio. Se hanno abbandonato il rumore perfino dei gruppi di musica industrial ognuno di noi può abbassare il volume del proprio rumore.

Il narcisismo oggi non è tanto (e non solo) quello tramandato dalla mitologia, ma il risultato di dinamiche complesse, moderne e contemporanee, frutto della paura del fallimento e della delusione di non essere all’altezza delle aspettative; soprattutto delle proprie, quelle figlie dell’enorme considerazione di se stessi.
Il sé grandioso è anche l’antiporta, a mio parere, per la costruzione delle società disciplinari, le società di controllo, eredità ottocentesca che il fascismo si è portato appresso, quando invece poteva essere l’occasione per sbarazzarsi di un grande errore di costruzione ‘sociale’.
A destra pare che ancora viga il motto “comandare è meglio che …”. Se quel mondo persiste in questa visuale, non potrò mai più farne parte…

Riprendiamo e ripubblichiamo, sull’argomento, un interessante articolo di Lilia Di Rosa, psicologa e psicoterapeuta.

“Queste storie non avvennero mai, ma sono sempre”.

Cosi Sallustio descriveva il mito nel I secolo  avanti Cristo riferendosi alla sua eterna presenza in ogni epoca della storia dell’uomo.
Niente di più vero se pensiamo all’attualità del mito di Narciso nel mondo moderno dove  la  maniacale  considerazione  nei confronti di un sé grandioso  non finisce di manifestarsi  in ogni aspetto della  vita personale e collettiva.
Nel mito Narciso è un giovane superbo e bellissimo “condannato” dagli dei ad essere innamorato di sé stesso e a passare  la propria  vita ad ammirare  la propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua. Indifferente e sprezzante delle offerte d’amore che gli altri gli manifestano, in particolare quella della ninfa Eco, finisce per rimanere prigioniero della propria immagine e alla fine di morire struggendosi della impossibilità di possederla.
Da questa leggenda, dalle molte versioni e qui esemplificata al massimo,  deriva l’attuale termine di narcisismo, usato da Freud nel 1914 per indicare quella fase dello sviluppo (narcisismo primario)  in cui il bambino non ha ancora stabilito delle vere relazioni con il mondo esterno, rimanendo concentrato sulla soddisfazione dei propri bisogni. Questa disposizione affettiva, che connota le prime fasi dello sviluppo, resiste fondamentalmente nel narcisista che, anche in fasi molto più avanzate, fa di sé stesso il principale oggetto di investimento affettivo. Il soggetto narcisistico è talmente preso da sé stesso da non avere maturato quella capacità di relazionarsi con l’altro in modo idoneo, né di provare empatia, o di mostrare interesse per l’Altro se non nella misura in cui sia connesso al proprio personale interesse.
Nella psicopatologia si parla di disturbo narcisistico della personalità quando nell’individuo si riscontra:

1.     Senso grandioso del sé e senso esagerato della propria importanza

2.     Fantasie di successo illimitato, di potere, di effetto sugli altri

3.     Richiesta di ammirazione eccessiva rispetto al normale o al proprio reale valore

4.     La convinzione che gli altri debbano soddisfare le proprie aspettative

5.     Approfitta degli altri per raggiungere i propri scopi

6.     Non ha sentimenti, né prova empatia per gli altri

7.     Cerca sempre di attrarre l’attenzione in modo predatorio

Il problema di fondo del narcisista è l’incapacità di amare collegata ad una ferita originaria nelle relazioni affettive che ha alterato o bloccato il passaggio evolutivo dalla fase del narcisismo primario al rapporto oggettuale. Il narcisista non ha ricevuto una adeguata educazione al sentimento, contro invece la grande attenzione prestata all’immagine. Lo svuotamento dell’identità personale della capacità di sentire riduce pertanto l’Io al suo mostrarsi, impoverendo il senso della  sua autenticità, dell’autostima e del valore personale, ingigantendo l’ideale dell’Io verso cui è continuamente proiettato senza  mai raggiungerlo. Il culto dell’immagine pertanto è compensatoria del mortificante vuoto interiore che l’Io grandioso ha perpetrato a danno del vero Sé.
Alludendo al carattere individuale e collettivo di tale tratto della personalità, Lowen che è stato uno dei più appassionati studiosi del narcisismo, lo descrive come una condizione sia psicologica che culturale caratterizzata dall’ostinata negazione dei sentimenti da cui derivano desolanti rapporti manipolatori e inautentici.
Senza volere addentrarmi in un’analisi sociopolitica del narcisismo mediatico oggi imperante nel quale più o meno siamo tutti immersi, è evidente come il culto di un ideale dell’io irrealistico e molto distante da ciò che è effettivamente raggiungibile, porta gli altri a credere in una immagine fittizia e manipolatoria pur di ottenerne credito e sostegno. Entro questa cornice possiamo pure inserire il grande successo dei social network, dove l’individuo decide di esporre agli altri l’immagine di sé che più desidera, mettendo in scena la propria vita privata, o almeno quella che decide di fornire. Dietro tutto ciò è attiva l’intenzione “grandiosa” di  apparire al mondo affrancandosi dalla silenziosa e nascosta dimensione privata in cui si vive.
Senza in alcun modo negare il valore di questi strumenti, credo tuttavia che il  proliferare delle comunità virtuali alimenti un costrutto narcisistico della personalità, soprattutto negli adolescenti che finiscono per vivere di più i rapporti in rete che in casa propria, più abili ad esibire che a vivere le proprie emozioni. In questa continua pubblicizzazione, ormai condivisa e considerata normale dalla odierna società, anche il termine narcisismo è un’aggettivazione del modo di essere contemporaneo che non produce nessun effetto, rimanendo un modo di dire ritualistico e svuotato di vero significato. Nell’attuale contesto inondato di immagini offriamo e scegliamo infatti quelle che ci gratificano di più o che corrispondono maggiormente alle nostre idealizzazioni, scartando nell’indifferenza o addirittura ignorando quelle che potrebbero suscitare emozioni meno apprezzabili. Se rileggiamo i punti sopra riportati a proposito del disturbo narcisistico della personalità, ci accorgiamo  facilmente  che sono tratti ovunque rilevabili nella società odierna, sintomi della sua malattia e della sua visione sempre più distorta della realtà. In questo  aspetto si sostanzia più che mai la psicopatologia del narcisista che, non avendo una adeguata stima di sé, si sente confermato e rassicurato solo nel riflesso che suscita negli altri, non tanto per instaurare delle vere relazioni affettive, ma per trarne ammirazione evitando il rischio del confronto e del fallimento che questo potrebbe comportare.

http://liliadirosa.blogspot.it/2013/03/il-narcisismo-nella-societa.html

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