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"Si lavora e si fatica per la pancia e per la fica".Silvano Pertone, Mail Artista
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In continuità ideale con i movimenti fondati da Tristan Tzara e Tommaso Marinetti la Mail Art nata negli anni ’50 dall’americano Ray Johnson si pone da subito come un progetto utopico che vedeva tra i suoi fini un progetto planetario che avrebbe dovuto favorire la nascita di artisti e comunità artistiche al di fuori da regole o stilemi se non quelli della assoluta libertà e provocazione. La Mail Art è un gigantesco esperimento di comunicazione che vede impegnati migliaia di persone che ad ogni angolo del mondo decidono di fare arte e spedirla con l’unico limite del filtro dell’ufficio postale e del budget da destinare alla spedizione. Come afferma Matteo Guarnacciasi tratta dell’attuazione del principio del potlach, che si esprime attraverso il piacere dello scambio di idee, risorse, creatività completamente slegato dal senso comune del mercato. Con la Mail Art l’arte si appresta a diventare popolare e si emancipa dai consueti circuiti delle gallerie e delle università. Ognuno si sente in grado di produrre arte per il semplice piacere di creare. Creatività che prende le fattezze di cartoline, lettere, francobolli (spesso falsificati in una  sfida alle poste internazionali). Se già i futuristi utilizzarono il mezzo postale soprattutto il telegramma,…

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La specialità del gruppo di Adam Worth erano, oltre alle truffe e alle rapine ai danni di banche, gli assalti ai treni e ai mezzi blindati postali.

«Un uomo ragionevole non ha il diritto di portare un’arma da fuoco». Parole come queste, fanno infuriare i sostenitori del secondo emendamento della costituzione degli Stati Uniti che dà il diritto ad ogni cittadino di possedere un’arma. A pronunciarle, nelle seconda metà dell’ottocento, fu proprio un rapinatore americano di nome Adam Worth.

«Il più importante, abile e pericoloso criminale di professione che i tempi moderni conoscano» – secondo la definizione degli investigatori londinesi dell’agenzia Pinkerton che tenevano d’occhio i suoi movimenti senza mai riuscire a incastrarlo. Adam Worth era figlio di emigranti tedeschi e come ladro fece il grande balzo di carriera nel 1869 con una rapina alla Boylston Bank di Boston.

Insieme al suo complice “Piano” Charley, fingendosi commercianti di un tonico medicinale, presero un negozio adiacente alla banca e riuscirono a introdursi nella stanza della cassaforte attraverso dei cunicoli sotterranei. Rubarono un milione di dollari e documenti di valore e con quell’enorme bottino Adam Worth si stabilì a Londra, dove visse circondato dal lusso, frequentando circoli aristocratici e feste esclusive. Tra un ballo e una bottiglia di whisky pregiato, nessuno sospettava che quell’uomo dai modi garbati fosse a capo di una centrale internazionale del crimine.

Nella sua casa di Piccadilly furono pianificati colpi realizzati in tutto il mondo, dalla Giamaica al Sudafrica, diventando un punto di smistamento della refurtiva delle più grosse rapine.

La specialità del gruppo di Adam Worth erano, oltre alle truffe e alle rapine ai danni di banche, gli assalti ai treni e ai mezzi blindati postali. Intorno al 1880 partecipò in prima persona al furto di due sacchi di diamanti depositati all’ufficio postale di Hatton Garden a Londra, in occasione del quale i suoi complici chiusero le condutture del gas dalla cantina, lasciando l’ufficio completamente al buio.

L’organizzazione di Worth aveva una struttura piramidale, con una gerarchia rigida dove al vertice c’era lui come pater familias a dispensare buoni consigli: evitare la violenza durante le azioni e l’abuso di alcolici nella vita quotidiana.

Resta un mistero il motivo per cui, nel 1892, Worth fu così poco prudente da partecipare all’assalto di un portavalori in Belgio senza un piano dettagliato e con una squadra poco esperta. Arrestato a Lüttich (Liegi), fu condannato a sette anni di reclusione in isolamento, esperienza che lo segnò psicologicamente portandolo alla morte nel 1902 poco tempo dopo la scarcerazione.

La figura leggendaria di Adam Worth ispirerà sir Arthur Conan Doyle nel tratteggiare il personaggio del Prof. Moriarty, il nemico per eccellenza di Sherlock Holmes. «Lui è il Napoleone del crimine, Watson. È dietro alla metà delle cose malvagie che accadono in questa città e a quasi tutti i crimini irrisolti»